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27 gennaio, il giorno della memoria. Diario della visita ad Auschwitz del CRAL Sant'Anna di Como.

Prima del viaggio in Polonia l’ho ripetuto non so quante volte, a chiunque: “Non mi sento pronta ad affrontare la visita ad Auschwitz”. Ma ora sono qui, troppo tardi per tirarmi indietro, sotto la pioggia battente, in procinto di varcare il cancello con la scritta “Arbeit mach frei” .Noi del CRAL Sant’Anna di Como siamo un gruppo di cinquanta, ma in questo momento è come se ognuno di noi fosse solo, individualmente posto di fronte alla realtà del male e alla brutalità che l’uomo può raggiungere.

Auschwitz, domenica 16 ottobre 2016

Prima del viaggio in Polonia l’ho ripetuto non so quante volte, a chiunque: “Non mi sento pronta ad affrontare la visita ad Auschwitz”. Ma ora sono qui, troppo tardi per tirarmi indietro, sotto la pioggia battente, in procinto di varcare il cancello con la scritta “Arbeit mach frei” (= il lavoro rende liberi). Mi torna in mente l’immagine di Papa Francesco che la scorsa estate ha compiuto questi stessi passi, solo, a capo chino, in silenzio. Noi del CRAL Sant’Anna di Como siamo un gruppo di cinquanta, ma in questo momento è come se ognuno di noi fosse solo, individualmente posto di fronte alla realtà del male e alla brutalità che l’uomo può raggiungere.

Perché una cosa è la narrazione, attraverso un libro, un documentario, un film… e un’altra è passare sotto questo cancello, calpestare il suolo fangoso, osservare il doppio filo spinato in cui correva l’alta tensione, raggiungere la piazza dell’appello e della forca collettiva, fissare lo sguardo sul camino del primo forno crematorio che poteva bruciare 340 corpi in una giornata…

La giovane signora polacca che ci fa da guida è seria, preparata e intensa. Parla con immedesimazione e ce la trasmette tutta.

Nel campo di Auschwitz I è allestito un museo permanente. Percorriamo un corridoio alle cui pareti sono appese le foto ingrandite scattate dai nazisti ai prigionieri al momento della loro registrazione: a sinistra le donne e le bambine, a destra gli uomini e i ragazzi. Dal 1943 la foto di registrazione fu sostituita dal tatuaggio del numero di matricola sull’avambraccio sinistro, più rapido, pratico, indelebile. La guida ci racconta che nessuna delle persone qui raffigurate sopravvisse al campo.

Mi cade l’occhio sulle foto appaiate di due ragazzine ebree polacche, gemelle identiche. Nel Blocco n. 10 del campo si consumarono ad opera di medici (Mengele e compagni) crimini orrendi camuffati da esperimenti scientifici: ricerca di metodi economici ed efficaci di sterilizzazione, sperimentazioni di rudimentali vaccini, studi sul congelamento, sugli stadi precancerosi, sulla genetica dei gemelli monozigoti… Interessi diversificati ma un solo comun denominatore: l’essere umano usato come cavia da chi per professione avrebbe dovuto curarne la vita, la salute, il sollievo dalla sofferenza.

Proseguiamo nella visita e vediamo gli oggetti personali requisiti ai deportati: grandi cumuli di occhiali, di scarpe, di lucido da scarpe, di valigie, di spazzole e pennelli da barba… Una massa enorme che rende il senso della vastità dello sterminio. (E anche oggi, purtroppo, ci toccano visioni analoghe, come l’angosciante montagna dei giubbotti di salvataggio nell’isola di Lesbo)

Poi passiamo in stanze dove per rispetto non è consentito scattare fotografie, perché lì non ci sono più oggetti ma parti del corpo umano. E’ impressionante il mucchio di capelli femminili, lunghi, biondi, ormai divenuti simili a stoppa. Alla liberazione del campo l’Armata Rossa ne trovò 7 tonnellate, racchiusi in sacchi, pronti per essere spediti in Baviera per la fabbricazione di tessuti.

Entriamo nel Blocco n.11, detto della morte, scendiamo nella cella dove S. Massimiliano Kolbe, offertosi volontario al posto di un padre di famiglia condannato all’impiccagione, rimase due settimane senza cibo né acqua prima di essere ucciso con un’iniezione di acido fenico.

Arriviamo in fondo al campo; oltre gli alberi c’è l’abitazione del comandante Hoess, dove tornava la sera dalla moglie e dai cinque figli, dopo una lunga giornata a coordinare con rigore ed efficienza le azioni volte allo sterminio di massa.

Atrocità che la mente si rifiuta anche solo di immaginare sono successe e i nostri occhi le hanno viste documentate.

Meditate che questo è stato:/ vi comando queste parole./ Scolpitele nel vostro cuore,/ stando in casa, andando per via/ coricandovi, alzandovi./ Ripetetele ai vostri figli” (Primo Levi), perché - lo costatiamo troppo spesso anche oggi - “coloro che non ricordano il passato sono condannati a riviverlo” (frase di George Santayana scritta all’ingresso del Museo).

Lasciamo Auschwitz I e col pullman ci rechiamo a Birkenau (o Auschwitz II), a pochi chilometri di distanza. Lì in aperta campagna arrivavano i convogli con i deportati; dopo il 1943 la “soluzione finale” subì una tale accelerazione che dal vagone alla camera a gas il passaggio era davvero rapido.

Dov’era Dio in quei giorni? Come ha potuto tollerare tali aberrazioni da parte dell’uomo? Eppure lo “aveva fatto poco meno degli Angeli, di gloria e di onore lo aveva coronato” (Salmo 8).

Tra tante domande senza risposta mi tornano alla mente Padre Kolbe e il suo gesto di amore gratuito, ma anche Oskar Schindler e la sua lista, che a Cracovia permise di salvare 1.100 Ebrei. In mezzo al profondo abisso del male, la forza eroica di tali gesti non è forse segno della presenza di Dio, nonostante tutto? Io credo di sì.

Carola Giudici

 

Segnalato da Fabrizia Pozzoli

Pubblicato da Elena Merazzi