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Fronte Verso, conoscere il diritto è un diritto. Giugno 2017.

1) Stop alle nomine di cittadini stranieri ai vertici dei Musei nazionali. 2) Vaccinazione sì oppure no? L’obbligo di vaccinazione prevale sulle preoccupazioni dei genitori. 3) Se il partner dice di essere infertile e poi nasce un figlio indesiderato non si può parlare di truffa. 4) Non è l’importo irrisorio della causa che la rende più o meno fattibile. 5) L’Amministrazione comunale che agisce con colpa grave risponde anche del danno causato all’immagine e alla reputazione.

conoscere il diritto è un diritto  

 

Perché Fronte/Verso? Il linguaggio specialistico è un codice a volte complicato da decifrare per i non addetti ai lavori. Sembra inevitabile che il linguaggio debba essere complesso perché complesso è il contenuto che esprime e tuttavia desideriamo dimostrare, a partire dalle sentenze, che è possibile farsi comprendere utilizzando un linguaggio accessibile senza rinunciare al rigore e alla completezza dei concetti ivi espressi.

Riportiamo in VERSO, sulla destra, il testo della sentenza nel rituale linguaggio giuridico dell’estensore per chi abbia interesse a leggerla nella sua forma originaria e a sinistra, a FRONTE, riscriviamo la sentenza con un linguaggio comprensibile a tutti, sperando di riuscire nella sfida di contribuire all’accessibilità del diritto, alla semplificazione del linguaggio e alla comunicazione responsabile.

Fronte Verso (www.fronteverso.it) nasce da un'idea di Ileana Alesso e di Gianni Clocchiatti, oggi al progetto partecipa un network interdisciplinare di professionisti e di esperti. 


Newsletter di www.studiolegalealesso.it
a cura di Avv. Ileana Alesso e di Avv. Maurizia Borea

A questo numero hanno collaborato:
Avv. Antonio Pascucci,  Avv. Marina Pagnussat,  Avv. Giovanni Motta, Avv. Elisabetta Silva, Avv. Maria Pistorio, Avv. Cristina Poma, Avv. Paola Cerullo, Avv. Paola Ponte, Dott.ssa Elsa Tafesse, Dott.ssa Kilda Peretta  
 
 
Art direction: Eticrea
Web design:  Irene Cassola
Redazione: Ottavia Magoni

 


Anno V, n. 6, indice newsletter giugno 2017
 

1) E il Giudice mormorò: non passa lo straniero! Stop alle nomine di cittadini stranieri ai vertici dei Musei nazionali.

2) Vaccinazione si oppure no? Per il Consiglio di Stato entrambe le ipotesi sembrano possibili tuttavia per evitare eventuali contagi l’obbligo di vaccinazione prevale sulle preoccupazioni dei genitori che non la vogliono.

3) Uno più uno fa tre. Se il partner dice di essere infertile e poi nasce un figlio indesiderato non si può parlare di truffa.

4) Non è l’importo irrisorio della causa che la rende più o meno fattibile. Anche la restituzione di 0,11 euro può essere impugnata.

5) L’Amministrazione comunale che agisce con colpa grave risponde anche del danno causato all’immagine e alla reputazione

1) E il Giudice mormorò: non passa lo straniero! Stop alle nomine di cittadini stranieri ai vertici dei Musei nazionali.

Nel 2015 il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo indice un concorso per scegliere 20 nuovi direttori per i musei italiani. A conclusione del concorso e dopo la assegnazione degli incarichi, una candidata esclusa dalla fase finale delle selezioni ricorre al TAR sostenendo che il bando era illegittimo così come le scelte fatte della Commissione esaminatrice.
In particolare, la ricorrente sostiene che:  
1) il bando violava le norme previste dal testo unico sul pubblico impiego. A suo parere il Ministero doveva prima verificare se tra i propri dipendenti vi fossero professionisti idonei a ricoprire l’incarico. Il Ministero non lo aveva fatto e aveva invece assegnato gli incarichi a professionisti esterni per di più stranieri,  quando per quel tipo di incarico le norme limitano l’accesso ai soli cittadini italiani.
2) inoltre la Commissione nell’assegnare i punteggi aveva agito in maniera arbitraria introducendo ulteriori fasi di valutazione. La ricorrente specifica che secondo il bando la Commissione doveva esaminare le domande, dare i punteggi e individuare per ciascun museo una decina di candidati da convocare per un colloquio allo scopo di indicare al Ministero una terna di candidati tra cui scegliere il vincitore. Non era invece previsto nel bando che dopo il colloquio la Commissione suddividesse ciascuna “decina” in tre sottoclassi (A, B e C) con punteggio decrescente. Nel caso in esame la ricorrente era stata inserita nella “decina” per i musei (di Modena e di Ferrara) che le interessavano, ma dopo il colloquio non era stata inserita nella sottoclasse A (con chi si era collocato ai vertici del punteggio conseguito) così che era stata esclusa dalla selezione finale.
Il TAR, dopo l’esame delle norme e delle argomentazioni delle parti evidenzia che:
- le attività delle commissioni d’esame è necessariamente caratterizzata da discrezionalità tecnica poiché devono esprimere un giudizio in base a regole certe, scientifiche o tecniche. Non si è di fronte a una scelta amministrativa fra opposti interessi, con motivazione per la scelta compiuta tra le opzioni possibili;
- il voto numerico è quindi sufficiente a sintetizzare il giudizio tecnico-discrezionale della commissione senza necessità di ulteriori spiegazioni;
- il giudice amministrativo non può spingersi fino a verificare se le valutazioni della commissione siano corrette o meno, perché, altrimenti, finirebbe col sostituire il proprio giudizio a quello della commissione stessa;
- per il TAR nel caso in esame la tesi dell’erronea attribuzione dei punteggi alla ricorrente e l’eccesso di valorizzazione delle altre candidature è infondata.
Il TAR rileva inoltre che a seguito delle modifiche legislative introdotte nel 2014 il Ministero può scegliere i dirigenti dei musei al di fuori dei propri dipendenti senza dover prima verificare che tra loro vi siano soggetti idonei a ricoprire l’incarico da assegnare.
Il TAR ritiene invece fondate le contestazioni della ricorrente sullo svolgimento del colloquio, sul metodo di valutazione di tale prova orale e sulla assegnazione degli incarichi a professionisti stranieri. Più in particolare il TAR osserva che :
- non era previsto nel bando il meccanismo della suddivisione delle decine di candidati in tre sottoclassi (con la ripartizione di 15-20 punti ai candidati inseriti nella classe A, di 11-14 punti ai candidati inseriti nella classe B e di 10 punti a quelli della classe C);  
- tale comportamento ha aumentato in modo eccessivo la discrezionalità della Commissione che avrebbe dovuto motivare adeguatamente le proprie valutazioni anche alla luce del fatto che le prove orali erano avvenute “a porte chiuse” mentre è regola generale che debba essere garantito il libero accesso ai locali in cui si tengono;
- inoltre il testo unico sul pubblico impiego prevede che se l’impiego implica l’esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri (come in questo caso) l’incarico sia assegnato solo ai cittadini italiani, le riforme del 2014 non hanno previsto deroghe e che se il legislatore avesse voluto ampliare “anche agli cittadini non italiano lo avrebbe detto chiaramente”;
- il TAR quindi ha accolto il ricorso e gli atti di nomina dei direttori dei musei sono annullati

 

 

1) E il Giudice mormorò: non passa lo straniero! Stop alle nomine di cittadini stranieri ai vertici dei Musei nazionali.

TAR Lazio, Roma, Sez. II-quater, sentenza 24 maggio 2017, n. 6171.

SENTENZA sul ricorso numero di registro generale 1117 del 2016, proposto da:  PAOLOZZI MAIORCA STROZZI Giovanna, rappresentata difesa dagli avv.ti Virginia Ripa Di Meana e Francesco Brizzi ed elettivamente domiciliata presso lo Studio Ripa Di Meana & Associati in Roma, Piazza dei Caprettari, n. 70; 
contro il MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITA’ CULTURALI E DEL TURISMO, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, presso la cui sede domicilia per legge in Roma, Via dei Portoghesi, n. 12; 
nei confronti di di ASSMANN Peter e BAGNOLI Martina, non costituiti in giudizio; per l'annullamento, previa sospensione dell’efficacia
- della esclusione della ricorrente dalla selezione pubblica per il conferimento dell’incarico di direttore degli istituti museali Palazzo Ducale di Mantova e Galleria Estense di Modena;
- degli esiti delle riunioni, rispetto alle quali non vi è alcuna verbalizzazione, del 16 giugno 2015, 25 giugno 2015 e 29 giugno 2015;
- delle schede di valutazione di attribuzione dei punteggi secondo i criteri di cui all’art. 5 del bando del 7 gennaio 2015 e alla delibera della commissione del 5 maggio 2015;
- del verbale conclusivo dei lavori della commissione di valutazione datato 11-29 luglio 2015 con cui la commissione ha individuato la terna dei candidati di cui all’art. 5 del bando del 7 gennaio 2015;
- dei verbali e della conseguente decisione con cui la commissione di valutazione ha svolto la valutazione comparativa dei curriculum presentati dai partecipanti alla selezione pubblica;
- dei provvedimenti con cui il Ministero ha individuato i candidati cui conferire gli incarichi ed in particolare quelli relativi agli istituti museali Palazzo Ducale di Mantova e Galleria Estense di Modena;
- del bando del 7 gennaio 2015 con il quale il direttore generale Organizzazione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ha indetto una selezione pubblica per il conferimento dell’incarico di direttore per 7 istituti museali di livello dirigenziale generale e di 13 istituti museali di livello dirigenziale non generale;
- dell’art. 3, comma 2, del D.M. 27 novembre 2014 recante la disciplina per il conferimento degli incarichi dirigenziali;
- del verbale del 5 maggio 2015 della commissione di valutazione nella quale sono stati individuati i punteggi da attribuire ai titoli, con riferimento ai criteri indicati dal bando;
- della delibera della suddetta commissione di valutazione dell’1 luglio 2015 con cui sono stati individuati, per ciascun istituto, i candidati ammessi al colloquio di cui all’art. 5 del bando del 7 gennaio 2015;
- dei verbali e della conseguente delibera della suddetta commissione con cui è stata selezionata la terna dei candidati per come previsto dall’art. 5 del bando del 7 gennaio 2015;
- di tutti gli atti presupposti, conseguenti e comunque connessi ancorché al momento non conosciuti.
Visto il ricorso introduttivo con i relativi allegati;
Vista la costituzione in giudizio dell’Amministrazione intimata nonché i documenti prodotti;
Vista l’ordinanza cautelare della Sezione 19 aprile 2016 n. 1852;
Esaminate le ulteriori memorie depositate in giudizio;
Visti gli atti tutti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 17 gennaio 2017 il dott. Stefano Toschei e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO e DIRITTO
1. – Premette la Signora Giovanna Paolozzi Maiorca Strozzi di avere partecipato alla selezione pubblica per il conferimento dell’incarico di direttore di alcuni Musei italiani indetta con bando del 7 maggio 2015 dal direttore generale Organizzazione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (d’ora in avanti, per brevità, MIBACT) ed in particolare con riferimento al posto di direttore del Palazzo Ducale di Mantova e della Galleria Estense di Modena.

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2) Vaccinazione si oppure no? Per il Consiglio di Stato entrambe le ipotesi sembrano possibili tuttavia per evitare eventuali contagi l’obbligo di vaccinazione prevale sulle preoccupazioni dei genitori che non la vogliono.  

Alcuni genitori, fanno ricorso al TAR Friuli Venezia Giulia contro la delibera del Consiglio comunale di Trieste che ha introdotto l’obbligo di vaccinazione per i bimbi tra 0 e 6 anni per accedere ai servizi educativi comunali.
Il TAR respinge il ricorso ed essi ricorrono in via di urgenza al Consiglio di Stato perché sospenda l’efficacia della sentenza. Il Consiglio di Stato respinge la richiesta evidenziando che:
- la prescrizione obbligatoria di vaccinazione per l’accesso ai servizi educativi comunali è coerente con il sistema normativo sanitario e con le attuali esigenze di profilassi, tenuto conto dei cambiamenti in atto (minore copertura vaccinale in Europa e aumento dell’esposizione  al contatto con persone provenienti da Paesi in cui malattie debellate in Europa sono tuttora esistenti);  
- il principio di precauzione invocato dai genitori che ritengono scientificamente provata la probabilità di effetti dannosi della vaccinazione sulla salute, può essere invocato anche nell’ipotesi contraria essendo scientificamente provato che la vaccinazione contrasti la probabilità di contrarre malattie infettive;
- in un tale periodo di incertezza scientifica entrambe le ipotesi devono essere per ora considerate come vere, perciò in questa prospettiva si impone il principio di precauzione per la tutela della salute pubblica, specie dei bimbi in età prescolare, che prevale sulle prerogative individuali dei genitoriali.  

 

2) Vaccinazione si oppure no? Per il Consiglio di Stato entrambe le ipotesi sembrano possibili tuttavia per evitare eventuali contagi l’obbligo di vaccinazione prevale sulle preoccupazioni dei genitori che non la vogliono.  

Consiglio di Stato, Sezione III, ordinanza n. 01622/2017.

Visti gli atti di costituzione in giudizio di Comune di Trieste e di Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Trieste;
Visto l'art. 98 cod. proc. amm.;
Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
della sentenza del Friuli Venezia Giulia, sede di Trieste, n. 20/2017, con cui è stato respinto il ricorso proposto dagli odierni appellanti per l’annullamento della delibera del Consiglio Comunale di Trieste n 72 del 28 novembre 2016 recante modifiche al Regolamento comunale per i servizi della prima infanzia ed educativi comunali, avente ad oggetto l'introduzione dell'assolvimento dell'obbligo vaccinale quale requisito di accesso ai servizi educativi comunali per l'età da 0 a 6 anni;per la riforma 
Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Trieste, rappresentato e difeso dagli avvocati Guido Barzazi, Andrea Manzi, con domicilio eletto presso lo studio Andrea Manzi in Roma, via Confalonieri 5;nei confronti di  
Comune di Trieste, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Maritza Filipuzzi, Maria Serena Giraldi, Aldo Fontanelli, con domicilio eletto presso lo studio Aldo Fontanelli in Roma, via Emilio de' Cavalieri 11

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3) Uno più uno fa tre.  Se il partner dice di essere infertile e poi nasce un figlio indesiderato non si può parlare di truffa.

Un uomo si rivolge al Tribunale di Napoli affermando che prima del rapporto sessuale in cui venne concepito il figlio la donna da lui citata in giudizio gli aveva riferito di essere in quel momento infertile. Questa informazione sarebbe stata una menzogna consapevole che lo avrebbe indotto a compiere un atto sessuale senza assumere alcuna precauzione.
Il Tribunale respinge la sua richiesta e così anche il giudice di appello e l’uomo si rivolge quindi alla Corte di Cassazione.
La Suprema Corte, esaminata la questione, espone i seguenti principi:
1) la pretesa non può rientrare nel campo civilistico poiché non si può assimilare un rapporto sessuale fra due persone consenzienti ad un rapporto contrattuale e conseguentemente non si può inserire un obbligo di informazione circa il proprio stato di fertilità o meno;
2) in questo caso non si può pretendere alcun risarcimento dato che esistono mezzi contraccettivi, facilmente reperibili con “ordinaria diligenza” per chi non vuole diventare genitore;
3) il caso in esame non può essere neppure collocato in un ambito penale perché questo prevede l’obbligo del partner di rispettare la volontà della persona con cui intende compiere un atto sessuale come tutela della libertà sessuale e non della fertilità o infertilità dell’atto sessuale;
4) pur rimanendo nell’ambito penale si potrebbe configurare il reato di violenza privata nel caso in cui il partner costringesse l’altro ad adottare, o a non adottare, mezzi che limitano la procreazione, ma solo nell’ipotesi che tale comportamento avvenga con violenza, minaccia o costrizione, non con una eventuale menzogna come qui ipotizzato;
5) non si può nemmeno invocare il reato di truffa in quanto tale ipotesi tutela il patrimonio mentre una paternità indesiderata non prevede come conseguenza dell’inganno un ingiusto profitto in favore di chi l’ha compiuto.
Per tutti i motivi esposti, la Corte di Cassazione respinge il ricorso.

 

3) Uno più uno fa tre.  Se il partner dice di essere infertile e poi nasce un figlio indesiderato non si può parlare di truffa.

Cassazione, Sezione III civile, sentenza n. 10906/2017, 5 maggio 2017

SENTENZA  sul ricorso 7555/2014 proposto da: B.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A. DEPRETIS 86, presso lo studio dell'avvocato PIETRO CAVASOLA, rappresentato e difeso dall'avvocato CLAUDIO FRESCA giusta procura in calce al ricorso; - ricorrente - contro  C.G.O., elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE 
DELLE MEDAGLIE D'ORO 48, presso lo studio dell'avvocato GIULIO MASTROIANNI, rappresentata e difesa dall'avvocato GIUSEPPE SIPORSO giusta procura a margine del controricorso; - controricorrente - avverso la sentenza n. 3650/2013 della CORTE D'APPELLO di NAPOLI, depositata il 21/10/2013; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 23/01/2017 dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE MASELLIS Mariella, che ha concluso per l'inammissibilità in subordine rigetto; udito l'Avvocato CLAUDIO FRESCA; udito l'Avvocato GIUSEPPE SIPORSO.                  
Fatto FATTI DI CAUSA
1. Il Tribunale di Napoli, con sentenza n. 7706/2007, respingeva domanda proposta da B.L. nei confronti di C.G.O. di risarcimento dei danni a lui derivati dalla nascita indesiderata di un loro figlio; avendo il B. proposto appello, con sentenza del 14 marzo-21 ottobre 2013 la Corte d'appello di Napoli ha rigettato. 2. Ha presentato il B. ricorso sulla base di tre motivi, argomentati anche in memoria, e la C. si difende con controricorso, oltre che con memoria.
Diritto RAGIONI DELLA DECISIONE
3. Il ricorso è infondato. 3.1.1 Il primo motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma
1, n. 3, violazione degli articoli 2 Cost. e 1175 c.c.

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4) Non è l’importo irrisorio della causa che la rende più o meno fattibile. Anche la restituzione di 0,11 euro può essere impugnata.  

Un cliente fa causa a una nota società di telefonia per ottenere la restituzione di 0,11 euro per l'Iva erroneamente applicata sulle spese di spedizione di una fattura. 
Il giudice di Pace di Vitulano ritiene fondata la domanda del consumatore e condanna la società a restituirgli l'importo. Il gestore telefonico impugna la sentenza davanti al tribunale di Benevento, che però dichiara inammissibile l'appello perché fatto contro una sentenza pronunciata in via equitativa e come tale non appellabile.
La società allora ricorre alla Corte di Cassazione. Il consumatore sostiene l'inammissibilità del ricorso della Società per mancanza di un interesse a promuoverlo in considerazione dell'infimo valore economico della controversia (pari a soli euro 0,11).
Di diverso avviso la Corte di Cassazione che ha annullato la sentenza del tribunale, con le seguenti motivazioni:
- Le leggi processuali stabiliscono che il giudice di pace decida secondo equità le cause di valore inferiore ai 1.100,00 euro salvo quelle che riguardano i contratti conclusi con la sottoscrizione di moduli o formulari;
- tra le parti del giudizio è stato stipulato un contratto di fornitura di servizi telefonici mediante adesione del consumatore alle proposte del gestore e deve senz’altro essere ricompreso nella categoria di cui sopra, il giudice di pace quindi deve decidere secondo diritto e non in via equitativa;
- ha pertanto sbagliato il tribunale a ritenere non appellabile la decisione del Giudice di Pace di Vitulano.
Inoltre per la Cassazione non è condivisibile la tesi del consumatore sull’inesistenza dell’interesse della società ad agire per l’infimo valore economico ciò per i seguenti motivi:
- se l’interesse ad agire in giudizio sussiste nel primo grado del giudizio, che si è infatti concluso con la condanna alla restituzione dell’importo di euro 0,11, deve sussistere anche la sua impugnazione;
- oltretutto l’interesse del gestore del servizio telefonico ad agire nel giudizio va al di là dell’infimo valore della contesa; infatti la controversia tra un gestore di un servizio pubblico e l’utente potrebbe essere oggetto di class action, per la quale il legislatore non ha posto alcun limite di valore alle pretese dei consumatori che vi partecipano;
- poiché la class action non è obbligatoria e il consumatore può sempre agire singolarmente a chi decide di esercitare l’azione individuale invece di quella collettiva non può essere imposta una limitazione economica nelle sue pretese.

 

 

4) Non è l’importo irrisorio della causa che la rende più o meno fattibile. Anche la restituzione di 0,11 euro può essere impugnata.  

Cassazione, Sezione VI civile,  ordinanza n. 1925/2017

ORDINANZA sul ricorso 23930-2014 proposto da: TELECOM ITALIA SPA, P.I. (OMISSIS), in persona del procuratore speciale, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MICHELE MERCATI 51, presso lo studio dell'avvocato ANTONIO BRIGUGLIO, che la rappresenta e difende giusta procura a margine del ricorso;
- ricorrente - contro L.E., NELLA QUALITA' DI EREDE DI A.A., elettivamente domiciliata in Roma, piazza Cavour, presso la Corte Suprema di Cassazione, rappresentata e difesa dall'avvocato FERNANDO COSIMO SCARAMOZZA, giusta procura a margine del controricorso;
- controricorrente - avverso la sentenza n. 1234/2014 del 16/04/2014 del TRIBUNALE di BENEVENTO, depositata il 18/05/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 13/12/2016 dal Consigliere Relatore Dott. RAFFAELE FRASCA.
Svolgimento del processo - Motivi della decisione
Ritenuto quanto segue:
p.1. Telecom Italia s.p.a. ha proposto ricorso per Cassazione, contro L.E., nella qualità di erede di A.A., avverso la sentenza n. 1234/2014, con cui il Tribunale di Benevento in data 18 maggio 2014, ha dichiarato inammissibile l'appello proposto dall'odierna ricorrente contro la sentenza n. 161 del 2012 del Giudice di Pace di Vitulano, con cui la Telecom Italia s.p.a. era stata condannata alla restituzione, in favore dell'intimata, dell'importo di Euro 0,11, pari all'IVA applicata sulle spese postali di spedizione di una fattura, relativa al rapporto di utenza inter partes, assumendo tale importo come non dovuto e l'IVA come erroneamente applicata.
p.2. L'intimata ha resistito con controricorso.
p.3. Essendosi ravvisate le condizioni per la trattazione ai sensi dell'art. 380-bis c.p.c., applicabile al ricorso nel testo anteriore alle modifiche apportate dalla L. n. 197 del 2016, di conversione, con modificazioni, del D.L. n. 168 del 2016, è stata redatta relazione ai sensi di detta norma e ne è stata fatta notificazione agli avvocati delle parti, unitamente al decreto di fissazione dell'adunanza della Corte.
p.4. Parte resistente ha depositato memoria.

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5) L’Amministrazione comunale che agisce con colpa grave risponde anche del danno causato all’immagine e alla reputazione

Una Onlus che svolge attività di residenza sanitaria assistenziale per disabili riceve dapprima una visita ispettiva della USL e poi un provvedimento del Comune di Carrara che impone l’immediata adozione di quanto stabilito dalla USL pena il divieto di proseguire l’attività.
La Onlus ritenendo errato ed ingiusto sia il rapporto della Usl che il provvedimento del Comune si rivolge al Tar chiedendone l’annullamento e la condanna del Comune al risarcimento dei danni evidenziando di aver subito un evidente danno all’immagine e alla reputazione per la pubblicazione del provvedimento sul sito comunale e per il conseguente articolo pubblicato sul quotidiano “La Nazione”.
Il TAR accoglie il ricorso per le seguenti ragioni:
- il Comune nello stabilire che la Onlus doveva rispettare quanto stabilito dalla USL subordinando a ciò la prosecuzione dell’attività, ha omesso di rilevare che proprio in tale verbale viene detto che la struttura possiede invece i requisiti necessari per la prosecuzione dell’attività e che le indicazioni della Usl sono finalizzate solo al continuo miglioramento dei servizi;
- la legge dispone che verbale e parere della Usl devono poi essere trasmessi al legale rappresentante della struttura per consentirgli di presentare osservazioni entro quindici giorni. In questo caso la norma non è stata rispettata e quindi il Comune non avrebbe dovuto adottare le misure pena la cessazione dell’attività;  
- il provvedimento pubblicato sul sito del Comune ha danneggiato l’immagine e la reputazione della Onlus anche se parte del danno è derivato dalla pubblicazione dell’articolo sul quotidiano, cosa questa che non sarebbe avvenuta senza la pubblicizzazione del fatto sul sito comunale;
- il Comune ha quindi agito con colpa grave; 
Il Tar ha ritenuto esistenti tutti gli elementi utili per il risarcimento alla Onlus che ha chiesto 30.000 euro di danni non fornendo però alcuna prova di un danno quantificabile in termini patrimoniali e ha quindi disposto un risarcimento mediante la pubblicazione della sentenza, condannando il Comune ad inserire un estratto della sentenza sia nel proprio sito telematico, sia sul quotidiano “La Nazione” con la stessa evidenza dell’articolo

precedente.

 

5) L’Amministrazione comunale che agisce con colpa grave risponde anche del danno causato all’immagine e alla reputazione

Tar Toscana, Sezione II, n. 1790/2016 3 novembre 2016   

SENTENZA sul ricorso numero di registro generale 811 del 2016, proposto da:
ANFASS ONLUS di Massa Carrara, Associazione Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa dall’avvocato Giovanni Taddei Elmi C.F. TDDGNN80E22D612S, con domicilio eletto presso il suo studio in Firenze, via A. Lamarmora 14;
contro il Comune di Carrara in persona del Sindaco in carica., rappresentato e difeso dagli avvocati Sonia Fantoni C.F. FNTSNO67A55B832F e Marina Vannucci C.F. VNNMRN70S60B832K, con domicilio eletto presso l’avv. Domenico Iaria in Firenze, via dei Rondinelli 2; nei confronti di l’Azienda USL Toscana Nord-Ovest in persona del legale rappresentante p.t., non costituita in giudizio;
per l’annullamento – della determinazione n. 94 del 30.3.2016 del Comune di Carrara, Settore Servizi Sociali/Servizi Abitativi, notificata all’Associazione ricorrente in data 6.4.2016, con cui il medesimo Comune di Carrara ha disposto “ai fini della prosecuzione delle attività esercitate ex art. 21 L.R.T. n. 41/2005 e smi, l’adempimento con efficacia immediata delle prescrizioni” indicate nel verbale della Commissione dell’Azienda USL Toscana Nord Ovest del 18.3.2016 e di ogni altro atto connesso, presupposto e consequenziale tra cui, per quanto occorrer possa, il verbale della Commissione Vigilanza e Controllo Strutture – Zona Apuana dell’Azienda USL Toscana Nord Ovest del 18.3.2016, prot. 50096 del 18.03.2016, allegato a detta determinazione comunale, nonché per il risarcimento dei danni di natura patrimoniale e non patrimoniale subiti dall’Associazione ricorrente da quantificarsi in corso di giudizio anche in via equitativa.  
Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Carrara;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 3 novembre 2016 il dott. Alessandro Cacciari e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

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