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Il diritto al linguaggio responsabile. La sfida della semplicità.

Milano, Mer, 08/11/2017
A chi non è mai capitato di imbattersi, senza riuscire a capire granché, in un articolo scientifico o di arte, in una notizia economica o in un testo di legge che ci stava particolarmente a cuore? Era scritto con i nostri caratteri, ma il linguaggio era incomprensibile e respingente. Proprio perché le parole “non siano un privilegio”, oggi la sfida è quella di provare che è possibile scrivere di argomenti complessi anche in maniera chiara e semplice.
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Come fare perché le parole non siano più un privilegio, un bene di pochi, una memoria custodita da pochi, perché diventino ricchezza comune?”. Così Natalia Ginzburg si interroga sulla scrittura e sul desiderio di condividerla e prosegue: “solo creando una ricchezza comune di parole la nostra mostruosa collettività umana potrebbe diventare un felice universo”. Se trasferiamo questa domanda dalla letteratura al diritto o al sapere più in generale, l’interrogativo acquista un significato ancora più profondo.

Come lasciare il linguaggio specialistico agli specialisti e condividere con tutti gli altri i contenuti ed il senso della conoscenza utilizzando un linguaggio semplice? A chi non è mai capitato infatti di imbattersi, senza riuscire a capire granché, in un articolo scientifico o di arte, in una notizia economica o in un testo di legge che ci stava particolarmente a cuore? Era scritto con i nostri caratteri, ma il linguaggio era incomprensibile e respingente. Il disagio è ancora più forte quando riguarda un testo di legge ed è il presupposto per far valere un diritto. Lo stesso si può dire per le sentenze che al pari delle leggi sono spesso di difficile comprensione anche per gli addetti ai lavori. Proprio perché le parole “non siano un privilegio”, oggi la sfida è quella di provare che è possibile scrivere di argomenti complessi anche in maniera chiara e semplice sin dall’origine, senza necessità di dover poi semplificare, dimostrando, a partire dal diritto, che è possibile farsi comprendere utilizzando un linguaggi accessibile pur senza rinunciare al rigore e alla completezza dei concetti. La comunicazione “responsabile”, leale, chiara e comprensibile può aprirsi così a un nuovo confronto alimentando una spirale virtuosa, fatta di conoscenza, di partecipazione e di democrazia perché la chiarezza è una necessità etica e il suo esercizio, pubblico e privato, un diritto civile.

 

Pubblicato da Elena Merazzi

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