07
May

Dal libro "Le Finesi si raccontano" - La Mariella del Bar, di Fabrizia Pozzoli

Tante sono le storie raccolte dalle orecchie della barista. Le chiacchiere d’osteria con i vari ricami facevano il giro di bocca in bocca. Tante le confidenze al di là del bancone, cose belle e meno belle, cose vere e grandi bufale. Un confessionale aperto e un’anteprima della più famosa terapia di gruppo. La Mariella, unica donna, dava il suo giudizio lapidario ed indiscutibile, che si concludeva con un: ”Si dice il peccato e non il peccatore”. Poi in realtà lo sapeva tutto il paese

La “Mariella” del bar

di Fabrizia Pozzoli

Nata a Mariano Comense da famiglia valtellinese con antenati provenienti dalla Turchia, la “Mariella” si era trasferita con la famiglia alla fine degli anni 50 da Cantù, acquistando un’attività di bar tabacchi  da quelli che per me erano i signori Anna e Oreste, mentre per il resto del paese erano “la rossa de cavei e il so marì”. Questa attività tutto prometteva fuorché  il futuro che avrebbe avuto. Dopo 2 mesi di apertura le uniche persone che avevano avuto il coraggio di entrate erano state le pattuglie della polizia stradale.  D’altra parte aveva deciso questo: avrebbe gestito un’attività in proprio, basta padroni.

Dopo anni faticosi l’attività era ben avviata, diventando una piccola piazza movimentata per finesi e avventori di passaggio.

Tante sono le storie raccolte dalle orecchie della barista, dai muri del bar affumicati dalle sigarette in inverno, dal giardinetto esterno estivo con lato strada sul traffico della SS 35,  che già allora scorreva con le sue code domenicali preannunciando il futuro disastroso che conosciamo oggi . Le chiacchiere d’osteria con i vari ricami facevano il giro di bocca in bocca. Tante le confidenze al di là del bancone, cose belle e meno belle, cose vere e grandi bufale. Tutti davanti al caffè o al bicchierino di rosso esternavano i loro pensieri, la gioia per un nuovo lavoro, l’arrivo di un figlio, la preoccupazione per l’affitto da pagare e via via i problemi dei figli che crescono, le frequentazioni, forse fumano, devono sposarsi… Un confessionale aperto e un’anteprima della più  famosa terapia di gruppo.

Tutti ascoltavano, commentavano, consigliavano nei modi più svariati e la Mariella, unica donna, dava il suo giudizio lapidario ed indiscutibile, che per diplomazia  abitualmente si concludeva con un  ”si dice il peccato e non il peccatore”  poi in realtà lo sapeva tutto il paese.

Sì, perché a quei tempi  non esisteva la privacy. Vigeva però una sorta di codice d’onore , di rispetto e di segreto nel sussurrare i pettegolezzi  che tutti conoscevano.

E’ per questo che pur conoscendo, come si dice in gergo “vita morte e miracoli” di questa comunità, ho scelto un episodio neutro che ha coinvolto come attore principale Lei, la Mariella in tutto il suo stile.

Strani traffici dalla Svizzera

E’ il 1979. Il bar è ancora al n.162 di via Garibaldi, di fronte alla famiglia D’Auria, cari amici  da sempre.

Da poco rimasta vedova, alla sera prima della chiusura del negozio è diventata sempre più sospettosa. Ha già subito diversi furti ed è anche stata minacciata, ma nella sua autorevolezza ha gestito bene gli imprevisti. Adesso però, si coglie che è preoccupata e impaurita.

Ha  paura di essere rapinata e di non sapersi difendere. Qui entrano in gioco i suoi più affezionati avventori, Marino, Federico, Sabino, Carmelino e Gerardo. Tutte le sere aspettano che chiuda la serranda, faccia il giro di controllo del cortile e spenga le luci.  Ma la sua preoccupazione non diminuisce e non si confida; non si capisce da cosa sia alimentata questa paura.

Poi scatta la scintilla. Pasquale agente della pattuglia stradale, uno dei primissimi frequentatori della sua attività , le fa visita con la famiglia e lei finalmente si lascia andare e si confida.

Da circa 2 mesi tutte le sere tra le 21 e le 22.30 un tipo stranissimo entra puntualmente ad acquistare le sigarette. Barba lunga, capelli in disordine, abiti sgualciti e macchiati dal menù settimanale, racimola sempre a difficoltà le monetine nelle varie tasche per il pacchetto di sigarette, non ha le mani da fumatore, si guarda attorno con fare smarrito, ma in realtà sta osservando le persone che sono nel negozio e le uscite dal negozio.  Lei ne è sicura. Inoltre, aggiunge, lo ha tenuto d’occhio: fino alle 3 del mattino la vecchia fiat 127 verde, scassata , con a bordo lui e un’altra persona è parcheggiata sul marciapiede immancabilmente in prossimità della stazione di servizio Agip. L’investigatrice trae subito le sue conclusioni: vogliono rapinare lei o il Carlo lattaio.

Pasquale la tranquillizza, conoscendola da sempre sa che è affidabile, in passato lo aveva aiutato ad identificare dei rapinatori dalle foto segnaletiche, ma ha comunque il sospetto che l’amica sia un po’ stressata e  cerca di sdrammatizzare. Poi ha un’idea. Lui sarà di turno notturno durante la settimana successiva  e si accordano: “Se la 127 con il tipaccio stazionerà ancora qui, mi avvisi ed uscirà una pattuglia per verificare”.

Detto fatto.

Il tipaccio con l’impermeabile era un ispettore della Digos. Seguiva un’indagine relativa ad un traffico illecito con corriere che transitava dalla Svizzera verso il milanese.

Dopo mesi , l’operazione aveva dato i suoi primi frutti ma adesso che non era ancora conclusa ci mancava questa qui con il suo spirito di osservazione … L’ispettore ci ha fatto visita, abbiamo preso un caffè insieme, ci ha rassicurati, si è complimentato con la novella Sherlock Holmes, ci siamo salutati cordialmente e dalla sera dopo ha trovato un altro posto dove stazionare.

Storie del genere possono sembrare divertenti e buffe, però la vita del bar era fatta anche di questo.

…Bei tempi andati…

 

 

Pubblicato da Elena Merazzi