13
May

Dal libro "Le Finesi si raccontano" - Un po' di me, di Marilena Medea

Moreta, l’asinella dell’altro zio, quello sempre arrabbiato col governo, si crogiolava al sole feroce di luglio e con la coda metteva in fuga le mosche, ma sopportava pazientemente tutte le mie chiacchiere. Ella era il cavallino di noi bambini, orgogliosa ci portava in groppa per il campo e il suo sguardo sembrava comunicarci una profonda saggezza.

 

 

 

 

Un po' di me

di Marilena Medea

 

 

 

 L’uomo vive male perché non conosce i suoi poteri...

                                                                     Ignorando le proprie origini

                                                                     non può avere chiara visione di quelli che sono

                                                                        le capacità e i limiti della sua  natura.

                                                                                                                                                                                                                                                                  Tao Te King (Lao Tse)

 

 

    Amo stare all’aria aperta, camminare a lungo sotto gli alberi, spaccare la legna e mettere le mani nella terra.

 

    Sono una signora di mezza età e spesso mi dico che, al prossimo giro su questo pianeta,

mi piacerebbe essere una pastora di pecore o una mandriana di mucche. Forse perché sono nata in campagna ed ho avuto il privilegio, da bambina, di arrampicarmi sugli alberi come un gatto,  raccogliere mele come un adulto,  giocare con la neve per lunghe giornate, nuotare indisturbata nei pomeriggi soleggiati, in montagne enormi di mais, caldo e odoroso, bofonchiare il rosario in latino, con le nonne,  sotto il pioppo di casa  e  parlare, timida ma curiosa, con gli animali del cortile.

 

    Consapevole che il mio sarebbe stato sempre solo un monologo,  raccontavo e leggevo storie e favole alla mucca dello zio Marino, bianca e nera, con il muso caldissimo.  Andavo da lei tutti i giorni, entrando cautamente  nella stalla, mi avvicinavo per accarezzarla: ella mi lanciava sguardi languidi e dolcissimi, come a condividere i miei pensieri, poi, placidamente, riprendeva a ruminare. Ricordo con emozione il buon odore del suo vitellino; il piccolo appariva un mattino, come portato dalla befana: la nascita degli animali nella nostra casa è sempre stata un mistero, custodito severamente dagli adulti.

 

     Moreta, l’asinella dell’altro zio, quello sempre arrabbiato col governo, si  crogiolava al sole feroce di luglio e con la coda metteva in fuga le mosche, ma sopportava pazientemente tutte le mie chiacchiere. Ella era il cavallino di noi bambini, orgogliosa ci portava in groppa per il campo e il suo sguardo sembrava comunicarci una profonda saggezza.

 

    Un enorme gregge di pecore passava una volta alla settimana, nei mesi in cui l’erba cresce in fretta. Le sentivo arrivare perché alcune portavano un campanellino al collo; correvo ad aspettarle sulla strada sopra l’argine e ad  alta voce le chiamavo. Esse mi guardavano sospettose, rallentando appena il loro passo, poi riprendevano indifferenti il cammino. “ Non sono tutte uguali come sembrano da lontano”,  pensavo, “ Ogni pecora ha la sua “faccia” ed ognuna ha i suoi pensieri!”

 

    Con il gallo ho tentato di giocare molte volte, ma non ha gradito le mie attenzioni, anzi credo proprio di averlo fatto ammattire.  Facevo il torero, con un fazzoletto che gli sventolavo davanti agli occhi:” Olè! olè toro! olè!”. Per un po’ mi guardava superbo e immobile, ma io insistevo nel gioco crudele, finché un giorno, quando rassegnata gli girai le spalle e feci per andarmene, mi saltò addosso a tradimento, aggrappato con gli artigli alle mie gambe, furioso. Strillava il gallo inferocito e strillavo io terrorizzata, correndo disperata in casa dalla mamma. Ha dovuto strapparmelo di dosso!

Gli avvertimenti ripetuti degli adulti erano rimasti inascoltati.

La medicazione dei graffi con l’alcol ha aggiunto terrore al mio animo contrito.

Il gallo non mi ha mai perdonato, non potevo più avvicinarmi o attraversare l’enorme recinto se non accompagnata da qualcuno più grande.

Da allora mi è rimasto un certo timore dei pennuti in genere.

 

 

     Ma l’essenza della paura, per me, era il passaggio del Toro, (ignoro il suo nome,

 nascosto nella memoria dei ricordi terrifici), enorme, nerissimo, grasso e lento, accompagnato da un signore in camicia bianca, giacca e cappello, munito di un sottile bastone. Andavano in passeggiata! Un toro da riproduzione che veniva portato a camminare per il suo benessere! Alla sua vista mi nascondevo velocemente in uno canaletto d’irrigazione e immobile e angosciata, aspettavo fino a sentire la voce dell’elegante contadino ormai lontana. Anche lui, come me, parlava con il suo colossale amico, sicuramente si capivano.

 

     Nei pomeriggi caldissimi, quando scoppiava un temporale e portava la grandine, noi bambini eravamo eccitatissimi, chiusi tutti gli scuri e le porte, barricati in casa, in attesa frenetica di poter uscire con i bicchieri in mano a raccogliere il ghiaccio per le granatine allo sciroppo di menta. Noi felicissimi e gli anziani dall’espressione molto seria ci dicevano:  “ Nella grandine c’è il Diavolo!”

Io non ci credevo: “Non può essere così buono e fresco il Diavolo!” Ma un po’ di timore lo sentivo.

Soprattutto quando la nonna, nel mezzo di risate e scherzi sfrenati, nel momento di maggior divertimento, ci diceva: ” Ridete, ridete, che poi il riso si trasforma in pianto!”

 

     La mia nonna non era sempre così seria, anzi  amava farci ridere e raccontarci storie fantastiche.

I suoi racconti iniziavano sempre nello stesso modo e questo mi piaceva moltissimo, per poi svilupparsi a ventaglio in maniera sempre inaspettata. Ma si divertiva a farci scherzi e burle che io,  immancabilmente, prendevo sul serio! Come quella volta che mi convinse che solo con la cacca di tacchino spalmata sul naso sarei riuscita a far sparire le tanto odiate lentiggini!

 

     Mio nonno, vecchio taciturno e flemmatico, come gli altri ragazzi della sua classe, aveva partecipato alla prima grande guerra; era già anziano quando dovette  presentarsi a Re di Puglia per ricevere una medaglia.  Non voleva andare, credo fosse ancora segnato dal 15 e 18,  non parlava mai di quell’esperienza che aveva spezzato la sua gioventù e il suo cuore.

 

    Sono una signora di mezza età e lascio arrivare i ricordi.

Gli anziani mi insegnano che la vecchiaia aiuta a guardare lontano,  coltivando con amore le memorie passate  come fiori di un giardino, a volte, sfocando nell’oblio il quotidiano.

   Li ringrazio.

 

 

                                                                       Marilena Medea