21
Jun

Fronte Verso, conoscere il diritto è un diritto. Giugno 2018

1) Bullismo a scuola: la responsabilità è sia della scuola sia dei genitori 2) Non c’è rapporto di lavoro subordinato se c’è un progetto specifico 3) Il condomino che installa telecamere a protezione della sua abitazione e riprende anche spazi comuni compie un atto 4) “Mafia al ristorante”: per l’Unione Europea non può essere un marchio registrato 5) Animali da compagnia: anche il cavallo è il miglior amico dell’uomo e quindi può stare nel centro abitato

Perché Fronte/Verso? Il linguaggio specialistico è un codice a volte complicato da decifrare per i non addetti ai lavori. Sembra inevitabile che il linguaggio debba essere complesso perché complesso è il contenuto che esprime e tuttavia desideriamo dimostrare, a partire dalle sentenze, che è possibile farsi comprendere utilizzando un linguaggio accessibile senza rinunciare al rigore e alla completezza dei concetti ivi espressi.

Riportiamo in VERSO, sulla destra, il testo della sentenza nel rituale linguaggio giuridico dell’estensore per chi abbia interesse a leggerla nella sua forma originaria e a sinistra, a FRONTE, riscriviamo la sentenza con un linguaggio comprensibile a tutti, sperando di riuscire nella sfida di contribuire all’accessibilità del diritto, alla semplificazione del linguaggio e alla comunicazione responsabile.

Fronte Verso (www.fronteverso.it) nasce da un'idea di Ileana Alesso e di Gianni Clocchiatti, oggi al progetto partecipa un network interdisciplinare di professionisti e di esperti. 

Newsletter di www.studiolegalealesso.it
a cura di Avv. Ileana Alesso e di Avv. Maurizia Borea

A questo numero hanno collaborato:

Avv. Antonio Pascucci, Avv. Giovanni Motta, Avv. Elisabetta Silva, Avv. Romina Guglielmetti, Avv. Anna Losurdo, Avv. Enzo Varricchio, Avv. Giuseppe Poli, Dott.ssa Maria Serena Grancagnolo, Dott.ssa Kilda Peretta
 
 
Art direction: Eticrea
Web design:  Irene Cassola
Redazione: Ottavia Magoni

 


Anno VI, n. 6, indice newsletter giugno 2018
1) Bullismo a scuola: la responsabilità è sia della scuola sia dei genitori

2) Non c’è rapporto di lavoro subordinato se c’è un progetto specifico al quale il lavoratore è dedicato

3) Il condomino che installa telecamere a protezione della sua abitazione e riprende anche spazi comuni, o di esclusiva pertinenza di altri condomini, compie un atto illecito e risarcisce i danni per violazione della privacy

4) “Mafia al ristorante”: per l’Unione Europea non può essere un marchio registrato

5) Animali da compagnia: anche il cavallo è il miglior amico dell’uomo e quindi può stare nel centro abitato  

1) Bullismo a scuola: la responsabilità è sia della scuola sia dei genitori

Tribunale di Roma, Sezione XIII, sentenza 4 aprile 2018, n. 6919

 

Una scuola del viterbese e i genitori di un minore vengono citati in giudizio presso il Tribunale civile di Roma perché il minore, noto per atti di “bullismo”, aveva mortificato per mesi un compagno di classe quattordicenne dicendogli che faceva schifo, sputandogli addosso e apostrofandolo come “figlio di puttana”. Inoltre il bullo lo aveva minacciato di uccidergli il fratellino più piccolo e lo aveva umiliato davanti a tutta la scuola prendendolo a pugni fino a rompergli il naso.  Il tutto nell’indifferenza, se non nell’atteggiamento omertoso, degli insegnanti e del Preside obbligati per legge a sorvegliare i minori loro affidati. 
Alla vittima di tali comportamenti persecutori il medico aveva riscontrato sia un mese di inabilità temporanea totale, sia un mese di inabilità temporanea al 50% nonché una invalidità permanente del 6%. Inoltre nel corso del processo civile venivano evidenziati i conseguenti “danni morali” e i disagi per i danni estetici subiti, tali da condizionare fortemente la vittima nei rapporti con i coetanei, soprattutto nell’approccio con le ragazze.
Tale ricostruzione dei fatti era già stata confermata in sede penale, al Tribunale per i minorenni a seguito della denuncia querela fatta dalla vittima e nel successivo giudizio civile, si costituivano:
- il padre del bullo per declinare ogni addebito dichiarando che al momento dei fatti, a causa del divorzio dalla consorte, non era nelle condizioni di esercitare la vigilanza richiesta dalle leggi vigenti;
-il Ministero della pubblica istruzione negando ogni responsabilità e dichiarando che l’aggressione era avvenuta al termine delle lezioni e al di là del cancello di ingresso della scuola.
Il Tribunale di Roma, usando parole gravi sia nei confronti della Scuola che dei genitori del bullo, condanna gli stessi e il Ministero, evidenziando che:
1) i testimoni dei fatti hanno confermato le dichiarazioni della vittima su tutte le vessazioni subite sia all’interno della scuola sia all’esterno di essa;
2) i genitori del bullo sono pienamente responsabili per i comportamenti persecutori compiuti dai figli minori. Il divorzio del padre e il successivo trasferimento della madre non valgono ad esimere l’obbligo di educare ed istruire il figlio ed assisterlo moralmente, soprattutto in un periodo difficile come l’adolescenza. Del resto il padre, sottolinea il Tribunale civile di Roma, non aveva neppure ritenuto di accompagnare il figlio all’udienza penale al Tribunale per i minorenni né di fare le scuse a nome del figlio che da parte sua non mostrava alcun barlume di pentimento.
3) egualmente responsabile è il Ministero dell’Istruzione poiché gli insegnanti e il Preside sebbene avvertiti, anche nel corso delle riunioni del Collegio docenti per il tramite del rappresentante di classe, dei comportamenti vessatori del bullo non erano intervenuti per adottare i doverosi provvedimenti nei confronti dello stesso, venendo così meno ai loro obblighi di legge. 
Per tutti i motivi esposti il Giudice condanna sia i genitori che il Ministero al risarcimento dei danni patiti dallo studente comprendenti sia le lesioni fisiche che i danni esistenziali e relazionali.

 

 

 
1Bullismo a scuola: la responsabilità è sia della scuola sia dei genitori

Tribunale di Roma, Sezione XIII, sentenza 4 aprile 2018, n. 6919

Il presente giudizio è stato instaurato dall'attore mentre frequentava il primo anno dell'I. di X onde ottenere il risarcimento di tutti i danni subiti in conseguenza di ripetuti atti di bullismo commessi nei suoi confronti da CA, di cui erano stati informati il Preside ed il Collegio Docenti per il tramite del rappresentante di classe senza che mai fosse stato assunto alcun provvedimento, culminati nella mattina del 23 aprile 2008, dopo averlo apostrofato con insulti quali "figlio di puttana, ti uccido il fratello più piccolo, devi morire testa di cazzo", seguiti da sputi e pugni al volto, cagionandogli la rottura del setto nasale e contusioni della regione orbitale come certificato dall'Ospedale "B" di Viterbo, ove il minore era stato ricoverato immediatamente dopo l'accaduto. Tale aggressione aveva avuto inizio durante le lezioni, era proseguita al momento dell'uscita presso il cortile della scuola e si era conclusa fuori il cancello della stessa, sotto gli occhi di studenti (tra gli altri, FC, EB e SB) e professori (Prof. EB). Le indagini svolte dall'Autorità inquirente avevano confermato la dinamica descritta in denuncia querela ed avevano rivelato alcuni dati importanti in ordine alla condotta da "bullo" del C ed all'atteggiamento incomprensibilmente omertoso dell'Istituto scolastico. In particolare, sentite a S.I.T. sull'episodio del 23.4.2008, le testi BS ed EB, compagne di classe del G, avevano concordemente riferito: che sin dai primi mesi di scuola il C aveva iniziato a tenere nei confronti del G un atteggiamente marcatamente discriminatorio ed offensivo e che spesso gli si rivolgeva con frasi del tipo "tu puzzi, mi fai schifo" oppure minacciando di picchiarlo: che mai il G aveva dato causa, con il proprio, al comportamento del C; che il 23.4.2008, durante la lezione di matematica del Prof. B , il C aveva rivolto all'odierno attore parole del tipo: "tu puzzi, mi fai schifo, figlio di puttana" e sputandogli addosso lo aveva minacciato dicendogli: ti chiappo fuori scuola"; che detto comportamento era proseguito durante tutta la mattinata ed all 'uscita della scuola, quando gli studenti si trovavano nel cortile, il C aveva dapprima spintonato violentemente il G, poi lo aveva colpito con numerosi pugni, facendolo rovinare in terra; vista la scena, accorrevano  in soccorso del G alcuni compagni ed il Prof. B, docente di matematica; il personale docente e la Preside dell'Istituto erano stati avvertiti dagli stessi studenti dei comportamenti persecutori tenuti dal C ai danni del G ., ma ciò nonostante non era mai stato adottato alcun provvedimento; il teste FSC iscritto ad una sezione diversa del medesimo istituto e conoscente di entrambe le parti, pur non essendo presente all'epìsodio del 23.4.2008, aveva confermato la notorietà del fatto che il C fosse solito offendere e prendere in giro il G; con raccomandate a.r. datate 5.5.2008 e l°.7.2008 inviate per conoscenza anche al Provveditorato agli Studi di Viterbo, la Difesa del G aveva preso contatti con l'I. di X ai fini risarcitori, stigmatizzando il comportamento dell'intero corpo docente per non aver dato peso alle ripetute segnalazioni degli studenti in ordine al comportamento del C e non aver fatto nulla affinchè l'episodio del 23.4.2008 fosse evitato.

Per la sentenza integrale clicca qui... 

 

2) Non c’è rapporto di lavoro subordinato se c’è un progetto specifico al quale il lavoratore è dedicato

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, ordinanza 26 aprile 2018, n. 10135

A.S., azienda abruzzese esercente il commercio porta a porta di prodotti alimentari, contesta una cartella esattoriale dell’INPS per il pagamento dei contributi di 13 lavoratori assunti dal 2003 al 2006 con contratti di lavoro a progetto e di una lavoratrice assunta con contratto di collaborazione coordinata e continuativa.
A.S. dopo l’esito negativo del procedimento di primo grado ottiene l’annullamento della cartella dalla Corte di Appello di L’Aquila per i seguenti motivi:
- il rapporto di lavoro svolto dai collaboratori non presenta i caratteri del rapporto di lavoro subordinato; 
- nei contratti sottoscritti dai singoli collaboratori è indicato un progetto specifico, consistente nell’esecuzione, attraverso l’uso del telefono e di interviste, di un’attività di ricerca e marketing finalizzata alla formazione di una banca dati della clientela interessata all’acquisto dei prodotti commercializzati.
La Cassazione conferma la decisione della Corte di Appello affermando i seguenti principi:
- il ricorso dell’INPS è infondato poiché la Corte d’Appello, dopo aver escluso la natura subordinata sulla base della valutazione delle concrete dinamiche di svolgimento del rapporto, ha comunque esaminato la questione della effettiva esistenza di uno specifico progetto;
-la Corte ha pertanto interpretato correttamente i principi che disciplinano il contratto a progetto, secondo. Infatti solo nei casi in cui non si rinvenga un valido progetto si può presumere la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato;
-  il progetto può ben desumersi dal testo complessivo del contratto sottoscritto dalle parti, non avendo il legislatore previsto una forma obbligata di dichiarazione dell’oggetto della prestazione;
-  il progetto è oltretutto “specifico” poiché contiene la puntuale descrizione dell’attività produttiva funzionalmente collegata a un determinato risultato finale, alla realizzazione del quale il lavoratore partecipa con la sua prestazione.

 

 
2) Non c’è rapporto di lavoro subordinato se c’è un progetto specifico al quale il lavoratore è dedicato

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, ordinanza 26 aprile 2018, n. 10135

18) Che Abruzzo Service di F.L. & C. s.a.s., esercente l'attività di vendita porta a porta di prodotti alimentari, proponeva opposizione alla cartella esattoriale emessa a seguito di verbale ispettivo relativa alla richiesta dell'INPS di pagamento di contributi per tredici lavoratrici assunte dalla stessa società nel periodo novembre 2003 - dicembre 2006 con contratti a progetto e di una lavoratrice assunta con contratto di collaborazione coordinata e continuativa; 19) che, rigettata l'opposizione in primo grado, la Corte d'appello di L'Aquila accoglieva l'impugnazione della società non riscontrando nel rapporto delle predette i caratteri del lavoro subordinato e valutando "progetto" l'attività relativa all'acquisizione, attraverso l'uso del telefono e le modalità dell'intervista, un'attività di ricerca e marketing in modo da avere una banca dati attendibile di clientela effettivamente interessata all'acquisto dei prodotti commercializzati, alla frequenza ed alle preferenze della clientela stessa; 20) che propone ricorso per cassazione l'Inps con unico motivo, illustrato da memoria, relativo alla violazione e o falsa applicazione del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 61, art. 69, commi 1, 2 e 3, artt. 2728, 2729 e 2947 c.c., in ragione del fatto che poichè nel caso di specie difettava il documento contenente lo specifico progetto, nè poteva ritenersi tale l'indicazione contenuta nel contratto di collaborazione, si era determinata la conversione automatica del lavoro a progetto in lavoro subordinato; 21) che la società ha resistito con controricorso pure illustrato da memoria. 22) Motivi della decisione 23) 24) che il ricorso è infondato in quanto la Corte d'appello di L'Aquila, seppure dopo aver escluso che le risultanze relative alle concrete modalità di svolgimento dell'attività di collaborazione provassero la natura subordinata delle prestazioni, ha comunque esaminato la questione della effettiva sussistenza dello specifico progetto, interpretando dunque correttamente le norme di legge che disciplinano il contratto a progetto, nel rispetto dei principi espressi da questa Corte di legittimità... 

 

Per la sentenza integrale clicca qui... 
 

 

3) Il condomino che installa telecamere a protezione della sua abitazione e riprende anche spazi comuni, o di esclusiva pertinenza di altri condomini, compie un atto illecito e risarcisce i danni per violazione della privacy
Tribunale di Catania, sentenza 31 gennaio 2018, n. 466

Un uomo cita in giudizio il proprio vicino di casa e chiede al Tribunale civile di condannarlo a risarcirgli i danni sofferti per essere stato da lui ingiustamente denunciato per il maltrattamento del suo cane. A causa di quella denuncia, infatti, non solo l’uomo ha dovuto affrontare un processo penale durato ben tre anni, che lo ha abbattuto psicologicamente e fisicamente, ma è anche emerso che il vicino aveva fatto installare delle telecamere (con l’intento di provare i presunti maltrattamenti), che riprendevano anche l’ingresso e le finestre di bagno e cucina della propria casa, violando la sua riservatezza.
Il vicino ha poi ritirato la querela, ma l’uomo ritiene di aver sofferto troppo ed ingiustamente, perciò ora pretende un risarcimento per il danno morale di aver dovuto subire un processo penale e per il danno da violazione della privacy.
Il Tribunale di Catania accoglie parzialmente le sue richieste e spiega che:
- innanzitutto, l’uomo non può oggi chiedere un risarcimento per i danni morali derivati dal processo penale, perché, per far ciò, avrebbe dovuto opporsi alla “remissione” (cioè, al ritiro) della querela da parte del vicino;
- inoltre, l’uomo avrebbe dovuto almeno chiedere al Giudice civile di accertare la calunniosità delle accuse con cui il vicino lo aveva trascinato in Tribunale, ma non l’ha fatto: non potendo verificare se le accuse del vicino fossero o no delle calunnie, il Giudice civile non può stabilire alcun risarcimento in merito;
- quanto alla domanda risarcitoria derivante dalla violazione del diritto alla riservatezza, nel corso del processo è stato stabilito che le telecamere del vicino, effettivamente, riprendevano spazi di esclusiva proprietà dell’uomo, tuttavia, non si può individuare alcun reato, perché gli spazi privati non protetti dalla vista degli estranei sono assimilabili a luoghi esposti al pubblico;
- il fatto che non sia stato commesso un reato, comunque, non esclude l’esistenza di un illecito civile, poiché, secondo una delibera del Garante della privacy, se il singolo condomino installa telecamere a tutela della sua proprietà, l’angolo visuale delle riprese deve limitarsi agli spazi di sua esclusiva pertinenza, non potendo riprendere (anche senza registrare), le aree comuni (come cortili, pianerottoli, scale) o quelle di fronte all’abitazione di altri condomini;
- le riprese effettuate dalle telecamere posizionate dal vicino sull’ingresso e sulle finestre di bagno e cucina dell’uomo, inoltre, violano il suo domicilio, inteso dalla Costituzione sia come diritto di ammettere o escludere altre persone da determinati luoghi, sia come diritto alla riservatezza su ciò che si svolge in quei luoghi;
- dalla commissione dell’illecito civile deriva la risarcibilità del danno non patrimoniale subito dall’uomo, che, comunque, in mancanza di prove concrete (ad esempio, sulla modificazione delle abitudini di vita sue e della famiglia a causa del timore di essere ripresi dalle telecamere del vicino), deve essere quantificato in via equitativa e contenuto nei termini minimi di 2.000 Euro.

 

 

 

 

 
3) Il condomino che installa telecamere a protezione della sua abitazione e riprende anche spazi comuni, o di esclusiva pertinenza di altri condomini, compie un atto illecito e risarcisce i danni per violazione della privacy

Tribunale di Catania, sentenza 31 gennaio 2018, n. 466

(...) esponeva nella sua citazione introduttiva del giudizio del 10.6.2014 con cui conveniva in giudizio (...) - dopo aver premesso di abitare con moglie e figli in villetta a schiera in via (...), e che il (...) fosse suo vicino di casa - che la coniuge anzidetta (a nome (...)), stanca di subire le molestie del cane di detto convenuto che, in assenza di alcun controllo, sporcava in ogni dove con i propri escrementi e latrava ad ogni ora del giorno e della notte, aveva infine denunciato il (...) per richiederne la condanna alle pene di legge; e che questi, a tal punto, aveva controdenunciato esso attore accusandolo immotivatamente di aver maltrattato l'animale e di aver pure tentato di ucciderlo con una polpetta avvelenata. Allegava di essere stato per questo tratto a giudizio penale quale imputato del delitto p. e p. dagli artt. 81 cpv., 56 e 544 ter c.p., e che solo allorché si giungeva in dibattimento il (...) aveva dichiarato di voler rimettere la querela già presentata in odio ad esso medesimo attore.
Ciò posto, deduceva di aver patito ingiusti danni per essersi, in seguito alla querela del (...), "dovuto difendere nell'ambito di un procedimento penale (in cui veniva sottoposto ad interrogatorio da parte dei carabinieri) durato tre lunghissimi anni, con le immaginabili conseguenze sul piano psicologico e morale e con l'enorme stress che era costretto a patire e che ha generato anche ripercussioni fisiche": essendo, infatti, il patito turbamento della sua sfera emotiva tralignato in vero e proprio danno psichico.
Allegava, inoltre, che al fine di provare le proprie accuse il (...) avesse versato agli atti di detto procedimento penale un DVD le cui registrazioni provenivano dall'impianto di videosorveglianza che lo stesso convenuto aveva bensì installato a casa sua ma che con le sue telecamere era tuttavia in grado di riprendere - come le stesse registrazioni stavano a documentare - "non solo la scivola del garage di proprietà del convenuto ma anche l'ingresso e le finestre del bagno e della cucina di proprietà dell'attore situate ed affaccianti il muro perimetrale della suddetta scivola": in palmare violazione - deduceva - della disciplina dettata dal Garante della Privacy (con Delib. dell'8 aprile 2010) in materia di installazione di impianti di videosorveglianza in ambito condominiale da parte di singolo condomino.
In forza dell'accaduto così riassunto esso (...) chiedeva dunque all'adito Tribunale che fosse il (...) ritenuto, "per tutte le superiori considerazioni in fatto ed in diritto, in conseguenza della condotta tenuta nei confronti dell'attore, anche in dipendenza della remissione della querela, tenuto a risarcire al signor (...) tutti i danni subiti dall'essere stato costretto a subire ed a doversi difendere quale imputato nell'ambito di un procedimento penale, e segnatamente il danno morale, inteso in tutte le sue accezioni ovverosia anche il danno esistenziale ed all'immagine, il danno da violazione della privacy...

Per la sentenza integrale clicca qui... 

 

4) “Mafia al ristorante” : per l’Unione Europea non può essere un marchio registrato

Tribunale Unione Europea, Sezione IX, sentenza 15 marzo 2018, causa T-1/17  

Nel 2006 una società spagnola chiede all’Ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) di registrare il marchio “La Mafia se sienta a la mesa” ovvero “La Mafia si siede a tavola”, per numerose classi di prodotti e servizi tra cui l’attività di ristorazione.
La domanda viene pubblicata nel Bollettino dei marchi comunitari ed il marchio viene registrato il 20 dicembre 2007.  Nel frattempo l’Italia chiede all’EUIPO di dichiarare nullo il marchio perché contrario all’ordine pubblico e al buon costume essendo evidente che allude ad un’organizzazione criminale e che usarlo per indicare una catena di ristoranti danneggia l’immagine positiva della gastronomia italiana e rende banale il carattere negativo di questa efferata organizzazione criminale.
Nel 2016 la domanda dell’Italia viene accolta dall’EUIPO che dichiara la nullità del marchio. La società spagnola ricorre, ma la Commissione dell’EUIPO respinge il ricorso in quanto la mafia è un’organizzazione criminale combattuta dal Governo italiano e da tutti i Governi europei e un organismo europeo non può registrare un marchio a sostegno di un’organizzazione criminale che viola i principi ed i valori della Unione Europea.
Contro tale decisione, a suo dire ingiusta, la società spagnola ricorre al Tribunale dell’Unione Europea, che lo respinge perché:
-     l’interesse generale impedisce la registrazione di segni che possono pregiudicare l’ordine pubblico o il buon costume e la valutazione del divieto di registrazione deve essere fatta in base a criteri di comune ragionevolezza, sensibilità e tolleranza;
-      è irrilevante che la mafia non sia, come sostiene la società spagnola, una organizzazione terroristica, è comunque espressione, globalmente conosciuta, di un’organizzazione criminale basata sull’intimidazione, la violenza fisica e l’omicidio, che guadagna dal traffico di stupefacenti, di armi, dal riciclaggio di denaro e dalla corruzione, con origine in Italia e diramazioni internazionali. Si tratta quindi di attività criminali contrarie ai valori fondamentali che sono patrimonio morale e spirituale dell’Unione Europea;
-     è irrilevante che il termine mafia sia stato usato in libri o film, o che si riferisca come dice la società spagnola al ciclo di film de “Il Padrino”, perché tali argomenti non incidono sulla percezione negativa del pubblico rispetto ai crimini compiuti da tale organizzazione;
-     nel marchio vi è anche una rosa, questo fiore può essere inteso come simbolo di amore o di concordia, anziché della violenza tipica della mafia. Anche il richiamare il comportamento di sedersi a tavola per mangiare, attività quotidiana, toglie importanza alla gravità dei comportamenti mafiosi e contribuisce a fornirne, invece, un’immagine positiva;
-     ciò è offensivo e scioccante non solo per le vittime di mafia e per i loro familiari, ma per chiunque veda tale marchio. Bene ha fatto dunque la Commissione EUIPO a decidere che il marchio contestato è contrario all’ordine pubblico, perché le obiezioni della società spagnola non sono in grado di superare questa realtà dei fatti.

 

 

 
4) “Mafia al ristorante” : per l’Unione Europea non può essere un marchio registrato

Tribunale Unione Europea, Sezione IX, sentenza 15 marzo 2018, causa T-1/17  

1 Il 30 novembre 2006 La Honorable Hermandad, SL, alla quale è succeduta La Mafia Franchises, SL, ricorrente, ha presentato una domanda di registrazione di marchio dell’Unione europea all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO), ai sensi del regolamento (CE) n. 40/94 del Consiglio, del 20 dicembre 1993, sul marchio comunitario (GU 1994, L 11, pag. 1), come modificato [sostituito dal regolamento (CE) n. 207/2009 del Consiglio, del 26 febbraio 2009, sul marchio dell’Unione europea (GU 2009, L 78, pag. 1), come modificato, a sua volta sostituito dal regolamento (UE) 2017/1001 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 giugno 2017, sul marchio dell’Unione europea (GU 2017, L 154, pag. 1)]. 2 Il marchio di cui è stata chiesta la registrazione è il seguente marchio figurativo: (omissis) 3 I prodotti e i servizi per i quali è stata chiesta la registrazione rientrano nelle classi 25, 35 e 43 ai sensi dell’Accordo di Nizza, del 15 giugno 1957, relativo alla classificazione internazionale dei prodotti e dei servizi ai fini della registrazione dei marchi, come riveduto e modificato, e corrispondono per ciascuna di dette classi alla seguente descrizione: – Classe 25: «Calzature (tranne quelle ortopediche), indumenti, t-shirt, berretti»; – classe 35: «Servizi di consulenza per la direzione e l’organizzazione commerciale; assistenza nella direzione degli affari; consultazioni per la direzione degli affari; consultazioni per la direzione degli affari; assistenza nella gestione di imprese commerciali che operano in franchising; servizi di pubblicità; emissione di contratti in franchising inerenti la ristorazione (alimentazione) e i bar-ristoranti»; – classe 43: «Servizi di ristorazione (alimentazione), bar, caffetterie, bar-ristoranti». 4 La domanda di marchio è stata pubblicata nel Bollettino dei marchi comunitari n. 24/2007 dell’11 giugno 2007. Il marchio contestato è stato registrato il 20 dicembre 2007 con il numero 5510921. 5 Il 23 luglio 2015 la Repubblica italiana ha depositato presso l’EUIPO una domanda volta a far dichiarare la nullità del marchio controverso per tutti i prodotti e i servizi per i quali era stato registrato. 6 Il motivo di nullità dedotto a sostegno di tale domanda era quello indicato all’articolo 7, paragrafo 1, lettera f), del regolamento n. 207/2009 [divenuto articolo 7, paragrafo 1, lettera f), del regolamento n. 2017/1001]. La Repubblica italiana ha ritenuto, in sostanza, che il marchio contestato fosse contrario all’ordine pubblico e al buon costume, dal momento che l’elemento verbale «mafia» rinviava ad un’organizzazione criminale e che l’uso che ne era fatto nel suddetto marchio al fine di designare la catena di ristoranti della ricorrente, oltre a suscitare sentimenti profondamente negativi, aveva come effetto di «manipolare» l’immagine positiva della gastronomia italiana e banalizzare il senso negativo di tale elemento. 7 Con decisione del 3 marzo 2016, la divisione di annullamento ha accolto la domanda di dichiarazione di nullità.​

Per l'ordinanza integrale clicca qui... 

 

5) Animali da compagnia: anche il cavallo è il miglior amico dell’uomo e quindi può stare nel centro abitato
Tar Puglia, Lecce, Sezione II, 6 marzo 2018, n. 388

Nel 2016 a seguito di un sopralluogo dell’Agenzia Sanitaria Locale di Brindisi, il sindaco di un piccolo comune pugliese ordina ad un anziano signore di allontanare il proprio pony dalla stalla di sua proprietà che si trova in un centro abitato laddove il regolamento di igiene e sanità pubblica vieta di tenervi animali non da compagnia.
Il figlio dell’anziano chiede che l’ordinanza sia revocata ma non ottiene l’esito sperato e così l’anziano presenta in Comune documentazione medica con cui intende dimostrare il danno alla salute subito a causa del l’allontanamento coatto del suo pony.
L’amministrazione comunale sospende l’ordinanza, chiedendo il parere all’Asl ed alla Polizia Municipale, ma l’Asl evidenzia che anche se la salute dell’anziano è da tutelare non si possono ignorare i diritti e le condizioni di salute dei vicini che hanno fatto denuncia alle autorità per i cattivi odori e gli insetti che proliferano in presenza di determinati animali.
Per questo motivo il Comune emana una seconda ordinanza con cui conferma l’ordine di allontanamento dell’animale. L’anziano si rivolge quindi al TAR Puglia per l’annullamento dell’ordine. Il TAR accoglie il ricorso poiché:

  • nell’ordinanza non vi sono sopravvenute che giustifichino la drastica conferma dell’ordine di allontanamento;
  • non essendo sufficiente il fatto che non vi siano leggi che consentono di equiparare il pony ad un animale di compagnia come il cane e il gatto.

Inoltre nel soppesare i diritti dei vicini il TAR rileva che:

  • il pony è tenuto in buone condizioni igieniche;
  • l’anziano trae forte giovamento alla propria salute dalla compagnia del pony;
  • la Convenzione Europea per la protezione degli animali da compagnia definisce animale da compagnia ogni animale tenuto, o destinato ad essere tenuto, dall’uomo presso il suo alloggio domestico per diletto e compagnia,
  • le leggi nazionali non consentono di ritenere un pony animale di compagnia ma nemmeno lo escludono espressamente;
  • il regolamento comunale di igiene permette di tenere nell’abitato animali da compagnia o da guardia senza escludere categoricamente che un pony rientri tra gli stessi; 
  • il regolamento comunale lascia quindi spazio ad una interpretazione estensiva del concetto di animale di compagnia.

 

 

 
5) Animali da compagnia: anche il cavallo è il miglior amico dell’uomo e quindi può stare nel centro abitato

Tar Puglia, Lecce, Sezione II, 6 marzo 2018, n. 388

-sul ricorso numero di registro generale 1029 del 2016, proposto da:
Carmelo Cellie, rappresentato e difeso dall'avvocato Nicola Pepe, domiciliato
ex art. 25 c.p.a presso Segreteria Tar in Lecce, via F. Rubichi 23;
contro
Comune di Carovigno, Azienda Sanitaria Locale Brindisi non costituiti in giudizio;
-per l'annullamento
-dell' ordinanza sindacale n. 32, emanata dal Comune di Carovigno in data 6.4.2016, e di ogni atto connesso, presupposto e/o consequenziale, ivi compresa l'ordinanza sindacale n. 21 emessa dal Comune di Carovigno in data 9.7.2015 e notificata in pari data.
Visti il ricorso e i relativi allegati;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 31 maggio 2017 il dott. Carlo Dibello e udito l’avv. N. Pepe per il ricorrente;
-Considerato che con il ricorso in esame è impugnata:
- l’ordinanza n. 32 del 6 aprile 2016 emanata dal Sindaco di Carovigno, con la quale il primo cittadino ha disposto che “sono reiterati gli effetti dell’ordinanza n. 21 del 09.07.2015, precedentemente sospesi con ordinanza n. 8 dell’11 gennaio 2016, e per l’effetto rinnova al sig. Cellie Carmelo l’ordine di allontanamento dalla stalla di sua proprietà, sita in Carovigno alla via Lamarmora civico 1, di un equino (nella fattispecie un pony con microchip n. 9410000110961334) ivi stabilito, come risulta da sopralluogo in data 15 marzo 2016”;
- ogni atto antecedente, preparatorio, preordinato, presupposto e/o conseguente, anche infraprocedimentale e comunque connesso, ivi compresa l’ordinanza sindacale n. 21 emessa dal Comune di Carovigno, in persona del sindaco in carica, nei confronti del ricorrente, in data 09.07.2015, notificata in pari data; -Rilevato che, proprio con atto del 9 luglio 2015, “vista la nota prot. n. 310 del 08.04.2015 con la quale l’Azienda Sanitaria Locale BR/1 – Dipartimento di Previdenza Servizio Veterinario Area C, comunicava di aver rilevato che presso i locali siti
in via Lamarmora, 1, di proprietà del signor Cellie Carmelo, nato a Carovigno il 03.03.1938 ed ivi residente in via Lamarmora, 1/a viene permanentemente stabulato un equino nel centro abitato; considerato che l’art. 84 del regolamento di igiene e sanità pubblica, approvato con delibera del C.C. del 28/06/1996, n. 57, vieta di detenere, nel centro abitato, animali non da compagnia..”

Per la sentenza integrale clicca qui... 

 

Pubblicato da Elena Merazzi