03
Mar

Di passaggio: retta universitaria

Con che soldi? Me lo stai sul serio chiedendo? Con quelli che ogni santo giorno della mia vita hai leccato via dalle scarpe dei tuoi capi. Hai la bocca piena di soldi, sono ventidue anni che ti sento parlare solo di soldi. Non venirmi a dire nemmeno per un momento, nemmeno per un secondo, che non ne hai abbastanza. Sono l’unica cosa che hai.

DI PASSAGGIO: RETTA UNIVERSITARIA

 

La voce dall’altro capo del telefono è stropicciata dalle folate di quello che le sembra un rinfrescante vento marino. La conversazione si perde tra lo scroscio dell’acqua sulla battigia e le note di una fisarmonica che assedia il vagone della metropolitana.

«Ti chiedo solo di pagarmi la retta universitaria e sei capace di fare storie anche su questo. Sei proprio un caso perso.» Sei mio padre, ma questo non ci pensa neppure a dirglielo.

Fermata Cadorna, FN Triennale. Altre tre fermate e dovrà rimontare occhi spalancati e sorriso spensierato sul volto. Accetterà o meno quel famoso 25 in Letteratura Tedesca? È una settimana che non si parla d’altro nel gruppo delle sue amiche, l’esame è stato difficile, d’altra parte lei avrebbe potuto dare di più. Alcune fanno finta di invidiarla, perché ancora non hanno avuto il coraggio di darlo, ma in realtà pensano soltanto di poter fare di più. Di poter fare meglio. Ma ormai è andata così, tanto vale non sbatterci troppo la testa contro.

Dall’altro capo del telefono, il discorso continua. Le sembra solo di buttare parole in quel mare lontano. Ogni parola nel mare, per scioglierla nel sale e non pensarci più.

«Non capisci che non me ne frega delle idee che ti mette in testa tua moglie? Avresti dovuto pensarci prima!» Ci terrebbe a tenere i toni moderati, quasi sussurri, perché conosce per esperienza l’orecchio del pendolare e la noia del viaggio. Come la croccantezza di un mattino di settembre a Milano, con le mille porte degli uffici spalancate per inghiottire i lavoratori. La metropolitana le sembra un carro bestiame che si trascina avanti sugli stessi tracciati, a volte, nella folla, le pare di riconoscere dei volti. Quell’avvocato sempre tirato a lucido, un damerino perfetto, se non fosse per la lucida patina di sudore che gli copre la fronte e che ispira immediato ribrezzo, quasi a immaginare che tutto il corpo sotto quella camicia e quella giacca firmate non sia altro che un involucro di debolezze tanto violente da trasudare fuori dalla pelle. Oppure sono solo i 26 gradi giornalieri.

La ragazza si asciuga la mano sudata sui jeans, sfrangiati sul bordo, come quelli di qualunque ragazza in questo momento di questa stagione. Aguzzando lo sguardo si possono quasi immaginare i sottili peli della ricrescita sulla sua caviglia, perché l’estate è decisamente finita. Sulla mano tuttavia le resta una patina di stress e per un attimo pensa di non aggrapparsi al palo della metropolitana, per non lasciare sul materiale lucido il suo sudore sofferente. Preferirebbe abbandonarsi e galleggiare tra le decine di persone che come lei aspettano la fermata giusta. Ma alla fine cede: il palo è troppo fresco, non si può rifiutare di placare i bollori della pelle, messa a dura prova dagli altri corpi che le premono contro. Si aggrappa. L’alternativa, d’altra parte, è cadere.

Non c’è luce nei tunnel della metropolitana, non si ha la sensazione che il tempo scorra e che la vita esista davvero. Si è vivi solo lì, in viaggio, quando tutto ciò che non viaggia con te sembra lontanissimo e irraggiungibile, una meta nemmeno prevista sulla pianificazione del tutto.

«Potevi pensarci prima», lo ripete con un po’ più di forza, come se fosse la prima volta che lo pensa, o anche solo la seconda.

Prima. Prima dei turni al bar ogni sera e degli esami da non frequentante. A dire la verità prima degli esami dati da frequentante, senza nemmeno sapere che faccia abbia il professore. O è professoressa? Prima delle bugie, dei biglietti del treno riutilizzati più e più volte, al punto che ogni data segnata a penna è sempre la stessa, ogni giorno inglobato dal successivo, ogni ora immobile nell’inchiostro. Prima del lato freddo del letto matrimoniale nella camera dei suoi e del bozzolo di coperte che è sua madre, ogni notte, sul divano. Prima, appunto.

Fermata Cairoli Castello.

«Se non paghi la retta mi costringi» la voce secca, che vorrebbe secca, è una pozza di lacrime, «Mi costringi tu a farlo: se non stai ad ascoltare me, dovrai ascoltare un avvocato.»

Se solo avesse imparato a quindici anni a dire le parolacce, di certo adesso avrebbe più sicurezza e forse quelle parole si sarebbero magicamente trasformate in fatti. Si sistema un auricolare nell’orecchio e nel farlo un ciuffo di capelli biondi sfugge dalla coda alta, le si appiccica sulla tempia e se ne sta lì, tutto disordinato, a darle un’aria disperata che è convinta di non avere. Aveva quindici anni quando le hanno insegnato che i voti alti erano il suo unico dovere, stranamente non ricorda che qualcuno glielo abbia esplicitamente detto, ma non poteva che essere così. Il dovere di figlia: andare a scuola e tornare a casa e non combinare niente che potesse dare pensieri eccessivi ai genitori. Che lavoravano sodo tutto il giorno per garantirle quella vita da privilegiata. Non combinare niente, insomma.

«Con che soldi? Me lo stai sul serio chiedendo? Con quelli che ogni santo giorno della mia vita hai leccato via dalle scarpe dei tuoi capi. Hai la bocca piena di soldi, sono ventidue anni che ti sento parlare solo di soldi. Non venirmi a dire nemmeno per un momento, nemmeno per un secondo, che non ne hai abbastanza. Sono l’unica cosa che hai.» Non sono stupida.

Qualcuno inizia a guardarla con insistenza, ne percepisce lo sguardo sul gomito appuntito, sulla spalla un po’ segnata dalla borsa pesante, sulla nuca. Vorrebbe abbassare la voce e soprattutto vorrebbe piangere e non sta piangendo. Chissà se così sarebbe più facile: piangere senza pensare di dover piangere. Ma non pensa ad altro e intanto non piange.

«Per favore, non farmi andare dall’avvocato. Lo sai anche tu che io e mamma non ce lo possiamo permettere.» Qualche urlo di bambino attraverso il filo degli auricolari. Settembre e castelli di sabbia che non le venivano mai bene, il tepore dei grani di sabbia bianca sulla schiena, appiccicati come una seconda pelle. E lei che si rotolava e rotolava e trasformava se stessa in un pesce. Non una sirena, un pesce piuttosto, nemmeno troppo grosso, e guizzava via. Un pesce, un granchio, un’onda, la schiumetta giallognola della battigia adriatica, un ombrellone sfilacciato, una biglia che rotola, tutta incrostata di sabbia, levigata dall’uso, umida, come le guance. Appena, appena umide.

Fermata Cordusio. Non sono lacrime, ovviamente, è sudore: stare a Milano a fine estate è una fatica. È l’ansia per l’esame, deve parlarne con le sue amiche. Piange per quel dannato esame in cui avrebbe potuto senza problemi prendere di più. Meglio che spiegare loro di nuovo che è per colpa di uno stronzo. Vai avanti, le direbbero, non ci pensare più: il mare è pieno di pesci. Chissà quanti altri ti moriranno dietro.

E quanti altri ti faranno nascere, invece?

Sì, là fuori è pieno di uomini, anche se nessuno di loro ha il naso come il suo, con quella gobbetta inutile che nessun fondo tinta riesce a mascherare, o perlomeno ombreggiare; nessuno di loro l’ha mai presa sulle spalle, tenendola per le ginocchia sporche d’erba. Ci sono amori per i quali non esiste il soddisfatto o rimborsato.

Un auricolare quasi le cade fuori dalle orecchie: altre grida di bambini, più vicine questa volta e le sembra di distinguere la voce stridula di una donna che li insegue con un barattolo di crema solare in mano. Papà papà papà papà papà papà papà papà papà papà.

«Ti chiedo solo questo, solo l’università, per concludere quello che hai iniziato.»

C’è un improvviso vuoto intorno a lei, le persone si accalcano alle sue spalle, verso le porte, la fermata è ormai vicina. Nemmeno cinquecento metri per chiudere la telefonata e tornare a essere la Vittoria di sempre. Quella che in Linguistica Tedesca ha preso 30 e lode, qualche mese fa e che avrebbe voluto raccontarglielo, ma non ce l’ha fatta. Ha pensato per un attimo che fosse prerogativa del padre vantarsi dei figli. Alle amiche invece è meglio non dirlo. La vita trova gusto nel sottrarti le cose che ti affondando di più nel petto e nel lasciarti vuota e maleodorante, come un vagone della metro nelle ore morte del giorno. Sei mio padre, no?

Fermata Duomo.

 

 

Pubblicato da Elena Merazzi