19
Mar

Il baule dei bisnonni, di Marisa Guffanti, tratto dal libro "Le Finesi si raccontano 2"

Da quando mi ricordo, in soffitta c’era sempre stato il baule dei bisnonni, in legno massiccio verniciato di verde scuro, con il coperchio bombato e le maniglie di ottone. Fino a una trentina d’anni fa c’era ancora un’etichetta leggibile con l’indicazione del piroscafo su cui aveva viaggiato. Sì, perché il baule aveva seguito i miei bisnonni nel loro viaggio di migranti in Argentina, nel 1887….

 

IL BAULE DEI BISNONNI

Da quando mi ricordo, in soffitta c’era sempre stato il baule dei bisnonni, in legno massiccio verniciato di verde scuro, con il  coperchio bombato e le maniglie di ottone.  Fino a una trentina d’anni fa c’era ancora un’etichetta leggibile con l’indicazione del piroscafo su cui aveva viaggiato. Sì, perché il baule aveva seguito i miei bisnonni nel loro viaggio di migranti in Argentina, nel 1887.

Il  bisnonno, Natale Guffanti, nativo di Bulgarograsso, aveva sposato in seconde nozze Carolina Introzzi, della Valle Mulini, dopo che la di lei sorella e sua prima moglie – più bella, secondo la confidenza fatta anni dopo al figlio – era morta prematuramente senza avere avuto figli. Poco dopo le nozze, i bisnonni si erano imbarcati a Genova e avevano intrapreso quel  lunghissimo viaggio di quasi un mese per raggiungere Buenos Aires. Secondo le cronache dell’epoca,  non si trattava certo di viaggi piacevoli, soprattutto per i passeggeri  meno abbienti: le condizioni igieniche, anche del cibo e dell’acqua, erano precarie e le sistemazioni ben poco confortevoli; a tutto ciò si aggiungeva la durata interminabile.

Nella capitale argentina era poi nato nel luglio del 1889 mio nonno Giuseppe, primo di quattro figli, chiamato sui documenti scolastici José, ma familiarmente Pepito, nomignolo che mantenne per tutta la vita, pur essendo tornato in Italia dieci anni dopo. Il nonno mi raccontava che alla sua nascita erano stati raggiunti dalla nonna materna, che con grande coraggio aveva affrontato anche lei, penso in compagnia di conoscenti, quel difficile viaggio per aiutare la figlia al suo primo parto.

In Argentina il bisnonno aveva trovato lavoro come vetraio e il nonno aveva frequentato là cinque anni di scuola, parlando e scrivendo in spagnolo. Al rientro in Italia aveva poi dovuto praticamente imparare l’italiano, perché i genitori in casa gli avevano sempre parlato in dialetto.

Penso che dovremmo sempre ricordarci che molti dei nostri nonni, anche della nostra Lombardia, sono stati migranti, hanno dovuto affrontare viaggi sfiancanti, rapportarsi a realtà diverse, imparare altre lingue, integrarsi  con altri popoli. Forse guarderemmo con occhi diversi chi viene da noi perché spera, esattamente come i nostri nonni, in una vita migliore e più prospera per sé e per i propri figli.

Tornando al baule, con il passare del tempo l’etichetta si era completamente sbiadita e il nome del piroscafo non era più leggibile. Cercando informazioni su Internet, ho trovato il sito CISEI, ovvero Centro Internazionale Studi  Emigrazione Italiana. Digitando semplicemente il nome del  bisnonno e la destinazione del suo viaggio, mi è comparsa una scheda che mi ha permesso di sapere la data esatta dello sbarco, 10 novembre 1887, il nome del piroscafo su cui aveva viaggiato, Perseo, e tre informazioni che evidentemente erano essenziali  per la registrazione dei nuovi arrivati: l’età, 31 anni, la professione: jornalero, cioè operaio a  giornata, e l’affermazione che sapeva leggere e scrivere. Mi sono quasi  commossa  nel  trovare queste informazioni a così tanta distanza di tempo: potenza, positiva, di Internet!

Ora il baule non è più in soffitta. La mia figlia maggiore ha voluto recuperarlo: carteggiato e trattato con la cera, ha ripreso la sua funzione di contenitore, non per lunghi viaggi della speranza, ma per riporre oggetti cari in una confortevole cameretta.