19
Mar

Fino Mornasco e la sua valle incantata, di Camilla Nuccia, dal libro "Le Finesi si raccontano 2"

Avvolto nella vestaglia blu, mentre aspettava l’ambulanza che l’avrebbe portato a Villa Aprica in quello che sarebbe stato il suo ultimo viaggio, si affacciò alla finestra della cucina, poggiò il suo bel viso emaciato e sofferente ai vetri e guardando verso l’alto mormorò sottovoce:“Povero il mio orto, povero il mio giardino!”. Lo abbracciai forte col cuore che scoppiava.

FINO E LA SUA VALLE INCANTATA

 

Avvolto nella vestaglia blu, mentre aspettava l’ambulanza che l’avrebbe portato a Villa Aprica in quello che sarebbe stato il suo ultimo viaggio, si affacciò alla finestra della cucina, poggiò il suo bel viso emaciato e sofferente ai vetri e guardando verso l’alto mormorò sottovoce:

Povero il mio orto, povero il mio giardino’.

Lo abbracciai forte col cuore che scoppiava.

Lui amava la terra da sempre. Un amore che è scritto anche nel suo nome che significa ‘lavoratore della terra’.

Sebbene avesse trascorso tutta la sua vita attiva dedicato ai telai jacquard, in Italia ed all’estero, il ritorno alle sue origini, alle sue radici dopo venticinque anni di lontananza, la costruzione della nostra piccola casa posta al centro di un giardino che andava crescendo e modificandosi ed abbellendo grazie alla sua passione, lo appagavano e ripagavano. Profondeva in esso tutte le sue energie con una dedizione ed una soddisfazione sempre nuove.

L’orto era il suo orgoglio; ordinatissimo, curato fin nei minimi particolari si presentava agli occhi degli amici, che ne godevano anche i frutti, con la precisione geometrica delle stoffe che aveva creato nel tempo e prodotto coi primi telai Crompton.

Egli conosceva ogni zolla di questa terra che era stata dei nonni e sulla quale era cresciuto: la conformazione morenica del terreno, la china dolce dei terrazzamenti, la generosità del suolo ed il suo antico utilizzo… lo ricordava a tratti, anche quand’era lontano, non senza emozione.

Lassù, dove era sorta la Palestra Comunale, il futuro Parco cresceva confondendosi insieme alla nostra striscia di bosco, macchia compatta in cui ogni sorta di animali trovava asilo e dove uccelli migratori e stanziali banchettavano, estendendo nel volo il loro dominio fin giù nel nostro giardino e ancor più giù nella Valle.

Svettavano sul confine profumatissime acacie che a primavera coprivano il suolo tutto intorno con un folto tappeto di fiori bianchi.

Di qui dal confine gli antichi castagni lasciavano cadere i loro scrigni gonfi e pungenti che rotolavano più sotto, sul filare di uva bianca, nera e ‘rusera’ che egli aveva volutamente accostato e che gli ricordavano i sapori di lui ragazzo e scorpacciate e corse a perdifiato e ginocchia sbucciate.

Sulla seconda china, verso la zona adibita ad orto, nascevano spontanei e generosi i cespugli di ginestre misti ad eriche da lui sapientemente sparse a formare, anche d’inverno, grandi cuscini bianchi e viola. Ancora più giù, sulla balza ad emiciclo che cinge la casa come in un abbraccio, egli rinnovava la scenografia con l’estro di un pittore, con fiori e colori sempre nuovi.  

La nostra casa ha l’affaccio sulla Valle. Superata la vecchia strada, lo sguardo spazia e si perde in quell’oceano verde e compatto. L’amava così tanto! Soleva ripetermi: “Hai mai visto una valle più bella e più generosa?”

Col risveglio della primavera essa offre ogni giorno ad occhi attoniti lo spettacolo della vegetazione mobile e cangiante in un caleidoscopio gioco di colori che si moltiplicano ed intensificano, maturando al sole dell’estate.

Ma è nell’autunno che il bosco e la Valle esplodono in un inno alla natura: ocra, ruggini e rossi intensi ad annunciare il momento sempre magico e sempre ripetuto del riposo invernale.

Di tutti gli alberi che la abitano e la rivestono, solo alcuni tratterranno gli aghi e le foglie anche nel lungo letargo, altri le lasceranno cadere formando uno strato spesso e morbido mentre i rami, spogli ed elevati al cielo, ricameranno nel controluce del crepuscolo stupende trine, somiglieranno a forti dita di mani in preghiera in quel ciclo continuo e misterioso del miracolo del Creato.

Lassù, oggi, nulla è più uguale. Quaggiù, da tempo, il suo posto è vuoto.

 

Soltanto la Valle, la Sua Valle mutante e nuova ad ogni sorgere del giorno, pare venirmi incontro dalla finestra spalancata su di essa, per riempirmi gli occhi di incanto e di stupore: “Hai mai visto una valle più bella e più generosa?” lo sento ripetermi.

E la pace che mi infonde è mera sensazione dell’anima.