19
Mar

Un maestro "speciale", di Anna Gaboardi, dal libro "Le Finesi si raccontano 2"

Ricordo Selene, la bambina che con la sua famiglia di giostrai “passava” da Fino con il suo favoloso luna park, allestito per qualche anno in “zona alpini/autostrada”. Lei è stata per noi una compagna particolare che, per pochi giorni, ci regalava quello che per noi, grazie al nostro maestro, era diventato un grande privilegio: avvicinarsi a una cultura e ad abitudini di vita molto diverse dalle nostre, stimolando quindi un approccio, per sua stessa natura, incuriosito, dagli esiti arricchenti

UN MAESTRO “SPECIALE”

 

Mi capita abbastanza spesso, seguendo i miei figli  nel loro percorso scolastico, di ritornare ai miei anni di scuola e, in particolare, ai ricordi più vivi, ai più particolari e a quelli che, in un modo o nell’altro, hanno dato un’impronta significativa alla mia vita.

 

Si tratta, molto spesso, di compagni di classe ai quali ero particolarmente legata, di esperienze piacevoli, ma, a volte, anche di singoli docenti, che, ognuno secondo la propria personalità e il modo di trasmettere i contenuti scolastici, hanno saputo “lasciare il segno”.

 

È significativo, però, che, ripensando alla scuola elementare, si imponga decisa la figura del mio maestro e dell’ambiente che, con la nostra collaborazione, era riuscito a creare in classe.

 

Il suo sorriso, sin dal primo, giorno, il 1º ottobre del 1975, quando noi “remigini” ci apprestavamo ad affrontare la nuova avventura della scuola accompagnati da aspettative, qualche timore e molto stupore, ci accolse in modo benevolo, entusiasta, paterno quanto bastava, ma, soprattutto, molto “speciale”.

 

“Speciale” penso sia, senza retorica, l’aggettivo più adatto al suo modo di stare con noi e di fare scuola. Speciali e particolari sono stati i momenti e le situazioni che, nel corso dei cinque anni trascorsi insieme, è sempre riuscito a “incoraggiare”. Non si aveva quasi mai l’impressione di dover solo imparare, immagazzinare nozioni e dover poi dimostrare di averle acquisite. Le mattinate a scuola trascorrevamo velocemente, in modo leggero, vivace e stimolante, in un continuo processo di conoscenza reciproca, condivisione e allegria.

 

Tra le immagini che, forse meglio di molte altre, caratterizzano questa atmosfera in classe c’è senz’altro quella del maestro, alla cattedra, letteralmente “sommerso” da tutti noi, accalcati ai suoi lati, dopo essere stati sollecitati a vedere o ascoltare qualcosa di interessante, più da vicino. Col passare degli anni e l’inevitabile aumento delle nostre “dimensioni”, questa scena si fece sempre più evidente, tanto da creare non poche perplessità a chiunque fosse entrato in aula in quelle occasioni, smarrito dal fatto di non riuscire a individuare la presenza dell’insegnante. Tuttora, avverto la stessa sensazione di calore umano, interesse autentico e divertimento che producevano questi momenti.

 

Un altro aspetto molto apprezzato da noi bambini e che rappresentava qualcosa di positivo e costruttivo per tutti,  erano le frequenti uscite, soprattutto nei mesi dal clima più mite. In particolare, mi ricordo la passeggiata in Valle dei Mulini, ripetuta più volte, per visitare il ponte dove, molti secoli prima, era forse passata la regina longobarda Teodolinda. Quel luogo era circondato, nella mia mente di bambina, da un’aura di mistero, fascino e ammirazione. Anche le visite alla fattoria dove si produceva il latte per la ditta Carnini rappresentavano un momento piacevole, in cui la valenza didattica della “lezione fuori sede” lasciava volentieri il posto a un’esperienza intensa e gioiosa. Che dire, poi, delle nostre periodiche visite al nonno del nostro maestro? Penso che si trattasse di una delle persone più anziane di Portichetto (paese di origine del nostro insegnante). La sua ospitalità, l’affabilità, gli aneddoti “d’altri tempi” che condivideva con noi bambini vivaci e schiamazzanti ci lasciavano sempre qualcosa di bello da serbare nel cuore, oltre che nella mente. Il maestro era riuscito, a mio parere, a trasmetterci il vero senso del racconto e l’importanza di un ascolto rispettoso e attento, che aiuta a crescere.

 

Tappa fissa annuale costituiva poi il ritrovo, il più numeroso possibile da parte nostra, per la festa del 25 aprile: corteo, commemorazione dei caduti in guerra, ascolto dei discorsi delle autorità, ma, soprattutto, marcia non competitiva, di non ricordo quanti chilometri, attraverso il paese e i suoi dintorni, momenti per i quali ci preparavamo con molto impegno e serietà, stimolati e incoraggiati in tal senso dal maestro.

 

Anche i lavoretti per le varie feste (della mamma, del papà ecc.) erano preceduti da gioiosi preparativi, caratterizzati da più tappe, nelle quali venivamo coinvolti in modo concreto, simpatico e “naturale”. Si vagliavano materiali, costi, abilità e preferenze personali, così che, anche in questo caso, si potesse trarre il massimo da un’esperienza che avrebbe rischiato, diversamente, di rappresentare solo una sorta di rito da ripetere un po’ automaticamente e stancamente di anno in anno.

 

Lo svolgimento dei problemi di matematica a gruppi, con coppie solitamente ben bilanciate in base alle singole competenze, che si lanciavano in sfide all’insegna di una giocosa competitività, rendevano persino una materia, indubbiamente ostica e pesante per alcuni di noi, molto più accessibile e persino divertente. Un esempio di collaborazione, che, unito ad altri, riusciva quasi sempre a stimolare la giusta dose di altruismo, modestia e capacità di condivisione. Anche cercare di incoraggiare il più spesso possibile, al di là dell’amica del cuore e di altre “dinamiche simili”, il lavoro in gruppo con il più alto grado di collaborazione possibile e nel rispetto delle specificità di ognuno, era sempre, mi sento di affermare, un obiettivo abbastanza chiaro per la maggior parte di noi. Le naturali, inevitabili tensioni passeggere venivano generalmente appianate dal maestro con una buona miscela di autorità, fermezza e capacità di sdrammatizzare e ridimensionare.

 

Mi rendo conto, a distanza di anni, di come il maestro sia sempre stato aperto agli altri, alla “varietà”, mosso da un approccio anticonformista, audace e generoso. Ricordo Selene, la bambina che con la sua famiglia di giostrai “passava” da Fino con il suo favoloso luna park, allestito per qualche anno in “zona alpini/autostrada”. Lei è stata per noi una compagna particolare che, per pochi giorni, ci regalava quello che per noi, grazie al nostro maestro, era diventato un grande privilegio: avvicinarsi a una cultura e ad abitudini di vita molto diverse dalle nostre, stimolando quindi un approccio, per sua stessa natura, incuriosito, dagli esiti arricchenti. A questo proposito e, più in generale, io ho sempre avuto l’impressione che la nostra classe, nel corso degli anni, sia stata straordinariamente aperta alle novità. Regolarmente, si aggiungevano compagni nuovi, provenienti da altri luoghi ed esperienze scolastiche e credo di non esagerare affermando che, in modo del tutto naturale, cercassimo di farli sentire ben accolti e a proprio agio nel più breve tempo possibile.

 

La nostra classe vivace, un po’ fuori dagli schemi (ce ne rendevamo forse già un po’ conto ai tempi) e, a detta di alcuni, forse fin troppo “chiassosa”, secondo me, provocava, alternativamente, ammirazione e sospetto. Quando, non ricordo più esattamente per quale ragione, fummo trasferiti alle scuole medie per l’ultimo anno del ciclo elementare, forse, non fu troppo difficile decidere quale classe dovesse essere ospitata al piano della palestra, in una delle aule più discoste e isolate dell’intero edificio. Beh, anche in quel caso, noi interpretammo il tutto come un autentico privilegio, che ci permise di chiudere il ciclo di cinque anni con il nostro maestro all’insegna della vivacità e dell’autentico piacere di stare insieme che ci hanno sempre accompagnati.